A lui somigliante, l'oratore Ortensio avea quattro ville, insigni di capi d'arte, con boschi popolati di selvaggina, piante rare, fra cui platani che inaffiava di vino, vivaj de' pesci più squisiti, al cui alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendeva tesori per mantenervi fresca l'acqua in estate. Fra tali delizie componeva ora patriotiche declamazioni, ora giudiziali arringhe, ora versi libertini, or inventava di mettere arrosto i pavoni: lo perchè era detto re delle cause e delle mense, e morendo lasciò milleducento anfore di vino prelibato[212].

Così questi illustri, anzichè rialzare, abjettavano i gusti liberali da loro ostentati, e davano esempio del tuffarsi in quella sensualità, che degrada insieme e il cuore e l'intelligenza. A ciò cospirava la poesia, predicando la divinità della materia e la religione del godimento. Già Turno satirico rinfacciava ai poeti di porre in postribolo le vergini muse[213]; ed era appena morto Lucrezio Caro, il quale verseggiò il materialismo d'Epicuro, solo staccandosene nell'ammettere il fato, ossia una segreta forza delle cose. — Se credessimo che gli Dei avesser cura di noi, continue sarebbero la temenza e la superstizione: il saggio dunque, aspirando alla calma, bisogna che se ne liberi. Nulla nasce dal nulla, nè torna al nulla; necessità genera e conserva le cose. Corpuscoli elementari, solo concepibili col pensiero, solidi, indivisibili, senza figura nè altra qualità percettibile ai sensi, movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il quale è infinito, infiniti essendo gli atomi. L'anima stessa è un corpo sottilissimo, diffuso per le membra e più particolarmente nel petto, simile al ragno che dimora nel mezzo, ma tende in ogni senso le fila, colle quali prende gli insetti, come l'anima prende le idee o le immagini. Anche nel sonno l'anima percepisce fantasmi vagolanti per l'aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che il fortuito concorso di questi formò il mondo, vi nascono gli animanti e gli uomini, che poc'a poco costituiscono la società, e dallo stato ferino sorgono alle arti: anche le meteore, anche i morbi derivano da questi atomi. Il timore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque, non postuma remunerazione, giacchè gli Dei se ne stanno per natura tranquilli in una pace affatto scevra dalle nostre vicende, nulla avendo bisogno di noi, nè irati ai tristi nè grati ai buoni; e più di Bacco, di Cerere, d'Ercole ben meritò della società Epicuro che sbrattò gli animi dai timori superni»[214].

Dopo ciò, qual senso hanno le sue lodi alla virtù e alla moderazione? Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi di snodare gli animi dai ceppi della religione, lentò i freni alla romana gioventù, e volse coll'esempio la poesia a rendersi complice della depravazione, anzichè sorgere consigliera di magnanimità, e sorreggere nelle lotte la virtù o piangerne la decadenza!

Il lirico Catullo a Lesbia sua dice: — Non teniam conto delle baje de' vecchi: il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramontò, in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci». E fa stomaco il trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, all'elegante espressione mescolati non solo sentimenti inverecondi, ma parole trivialmente oscene: se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco monta che i versi puzzino di laido[215].

Nè in veruno di que' poeti erotici si riscontrano mai i piaceri del cuore, vivi, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance, dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, lascivie[216]. Ogni vezzo palese o arcano delle loro donne vi è decantato, non mai la coltura, il brio, il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse bevano, straviziano; sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra, si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d'avventure: dalle amiche ubriache soffrono percosse e morsi, e ne rendono ad esse buona misura[217]. Ovidio a Corinna gelosa dell'ancella toglie i sospetti coi giuramenti in un'elegia; nella seguente rimbrotta l'ancella stessa perchè si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le dà la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a Delia Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che nè alla più divulgata oggi si direbbero[218]. Comune a tutti poi è il lamento per l'ingordigia delle loro belle[219]; e se Ovidio consiglia alla sua di non mostrarsi avara, la ragione è ancor più insultante che l'accusa[220].

Tibullo, col piacevole suo disordine, cogl'irragionevoli passaggi dal riso al pianto, dalla supplica alle minaccie, meglio d'ogni altro ritrae la natura degli amanti; ma egli pure è sempre impigliato nella materia. Properzio empie i versi di querimonie[221], sebbene confessi che attediano le belle, e che vuolsi non vedere e non udire all'opportunità[222]; ogni tratto salta in collera con Cintia sua, il domani stesso d'un convegno di cui vuol consacrata la memoria nel tempio di Venere[223]; finalmente dopo cinque anni la abbandona, ma essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, nè gli concede pace se non a patto che più non passeggi sotto il portico di Pompeo, ritrovo delle belle, agli spettacoli freni gli sguardi procaci, nè si faccia portare in lettiga scoperta. Cintia era poetessa; e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d'Illiria diè la preferenza sul poeta, e l'accompagnò in provincia.

L' Arte di amare d'Ovidio meglio s'intitolerebbe arte di sedurre. Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna a cui dire — Tu sola mi piaci»; quasi la scelta fosse effetto di calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi le cameriere con oro e carezze, insinuarsi nelle grazie del marito, insistere, ma senza noja, nè per rifiuti smettere la speranza, fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere, e credersi non aver peccato ove il peccato può negarsi[224], son le arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo secolo, d'un secolo ove egli poteva chiamare poco urbano il marito che pretendesse casta la donna sua nella città i cui fondatori non nacquero senza colpa[225], e dove osava proporre quasi specchio l'amor di Pasifae.

Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico di Livia, e le feste del compianto Adone, e i sabbati del Giudeo, ma principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono le donne per vedere e farsi vedere, sdrucciolo della castità; ivi applauda ai cavalli, agli attori che l'amica preferisce; scuota dal grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche non vi sia, e colga ogni occasione di prestarle servigio: sostenerle il pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non permettere che alcun ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di piacere crede i donativi, nè abbisognare d'altr'arte chi può donare[226]. Alle donne medesime insegna a impaniare amanti: le vesti adatte ai tempi e ai luoghi; il confine del riso; mostrarsi serene sempre, lasciando via gli alterchi, roba da mogli[227]: sappiano smungere a maggior profitto l'amante, chiedendo doni se ricco, raccomandando clienti se magistrato, affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta. Mentre però uccellavano a regali, spesso vedevansi spogliate: e il precettore di amabili riti le ammonisce a non lasciarsi illudere dalla ben pettinata chioma, dalla toga sopraffina, dai molti anelli; perchè sovente colui ch'è più ornato è rapace, e vagheggia le vesti e le gemme[228]; onde più d'una s'ode sovente gridare al ladro.

Strani amori! strani precetti! strane cautele! Eppure forse solo Ovidio tra que' poeti ebbe moglie e l'amò, o almeno la rimpianse affettuosamente dall'esiglio, ove per altro essa non l'accompagnò. Properzio lascerebbesi decollare, piuttosto che obbedire alla legge Papia Poppea contro i celibi[229]. Orazio stesso, di affinatissimo gusto, di sagacia discretissima, e legato col fiore de' cittadini, pure si deturpa di plateali sconcezze, e meglio palesa la corruttela che dovea venire dagli amori colle cortigiane, dai bagni promiscui, dai trini letti delle mense; sicchè indarno la legge e la costumanza circondavano di tanti riguardi le matrone, riverite e abbandonate. Che più? Virgilio, soprannomato il casto, porta il suo tributo all'immoralità, esclamando beato chi pone sotto a' piedi il timore del fato e dell'averno; e consiglia a goder la vita finchè n'è tempo, nulla curandosi del domani[230].

Quelle dottrine d'Epicuro che Fabrizio avea desiderato si praticassero sempre dai nemici di Roma, vi si erano dunque introdotte, abbracciate ed esagerate coll'energia propria della nazione. Ne rifuggivano taluni: ma la costoro virtù riducevasi a disprezzare le lusinghe dell'oro e dei piaceri qualora n'andasse di mezzo il bene della patria; e corazzati d'insensibile alterigia, idolatrare una libertà che più non era nè possibile nè desiderabile. Catone, Bruto, pochi altri, eretti fra tanta prostrazione, nulla giovarono, nocquero spesso, come avviene degli esagerati, e il supremo studio della vita riponendo nell'avvezzarsi a gettarla senza sgomento. Allora in fatti cominciarono a frequentarsi i meditati suicidj, che poi crebbero a dismisura: sopravivere a una sconfitta che esponeva alla pompa d'un trionfo, al ferro del manigoldo, agl'insulti o al perdono d'un vincitore, parea da vile, e il Romano pretendeva alla gloria di saper fuggire quell'ignominia, e di sottrarre la parte più nobile di sè a chi opprimesse il corpo. La legge medesima concedeva agli accusati d'uccidersi innanzi che fosse proferito il giudizio che n'avrebbe confiscati i beni ed infamata la memoria. La setta stoica poi insegnò come vanto il potere, nell'istante che a ciascun meglio piaceva, terminar la vita anzichè subirne i mali con cui la Provvidenza ci prova ed affina.