Perocchè alla Provvidenza chi più credeva? La religione, fredda, prosastica, legale, combinata per interesse dello Stato, non sopravivea più che come una pratica uffiziale; gli Dei immortali, che nelle esclamazioni. Seicento e più religioni tolleravansi in Roma, il che vuol dire che nessuna era creduta. Il dio confondeasi colla patria; Giove Capitolino e gli altri numi non solo prediligevano il popolo romano, ma odiavano i nemici di questo; e ai vinti, come la libertà, così si rapivano gli Dei prima colle imprecazioni, poi colla violenza. La dignità delle Vestali, un tempo ambita dalle primarie case, non potè trovar novizie; onde la legge Papia prescrisse che il pontefice fra donzelle tratte a sorte scegliesse quelle che dovevano consacrare a Vesta la involontaria loro illibatezza. Poichè ogni culto si propone d'imitare il dio cui è diretto, nelle orgie si emulava il furore di Bacco; i sacerdoti Galli si faceano eunuchi come il loro Ati; e a che non doveva condurre l'esempio di divinità, la cui storia divulgata talmente scostavasi dalla morale!
Che se per religione intendiamo un complesso di dottrine e di tradizioni sacre, attuate da regolari cerimonie e da precisi doveri, e un insegnamento morale sanzionato da ricompense soprannaturali, Rema ne mancava. L'accrescimento della ragione avea messa in chiaro l'incongruenza delle credenze avite; le tante importazioni di divinità aveano indebolito il sentimento pio; i grandi uomini vantavansi filosofi, che volea dire increduli; e le azioni si giudicavano secondo i dettami delle scuole. Quelli pure che parlano della vita futura, la confondono con una durata più lunga e colla ricordanza lasciata di sè. Cicerone sostiene che immortale è l'anima, se il cuor suo ha bisogno di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere Rabirio; per difendere Cluenzio invece professa che colla tomba finisce l'uomo; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virtù, nè alcuno mai pensò ringraziare gli Dei d'essere galantuomo[231]. Cesare, pontefice massimo, proferì in pien senato che la morte è il fine dei mali, nè dopo di essa v'ha gaudio o tormento[232]: eppure egli stesso, dopochè una volta rischiò di esser rovesciato, non saliva mai in carro senza recitare tre volte una giaculatoria preservativa, «come facciamo la più parte», dice l'ateo Plinio[233].
Perocchè, siccome avviene, in difetto di fede, prevalsero le superstizioni, e lungo sarebbe il dir quelle onde i Romani empivano la loro vita. Divinità presedevano a ciascuno dei più piccoli e fin de' più schifi atti; divinità a ogni parte della casa, della città, del campo; divinità a ciascun giorno, a ciascun'ora. L'incespicare sulla soglia, il rovesciarsi del sale, la vista e lo strido di certi uccelli, l'incontro di un serpe, che più? l'udire un nome sinistro, atterrivano come pessimi pronostici; faceano unzioni all'uscio di via perchè i maliardi non affascinassero le nuove spose; sepellivano draghi nei fondamenti; scrivevano fausti nomi al limitare delle case, o tenevano gazze che li proferissero; inchiodavano pipistrelli sulle imposte, o nell'architrave ficcavano chiodi tolti ai sepolcri o piantavano osceni priapi per rimovere dagli orti i ladri e i malefizj. Il grande erudito Vairone insegna che, per guarire un uomo da doglia ai piedi, bisogna tre volte nove volte cantare: Terra pestem tenete, salus hic manete; e racconta che i gallinaj nella covata mettevano sempre un numero dispari d'ova; e le gravide ne tenean uno in seno, e del parto futuro preludevano secondo che n'usciva un pulcino maschio o femmina.
Lo stesso Governo, ottemperando alle vulgari ubbie, cambiava il nome ad alcuni paesi, come Egesta in Segesta, Malevento in Benevento; cominciava sempre le pubbliche aste dal lago Lucrino, pel prospero nome di lucro. Il grave Catone disputava sul serio se uno starnuto involontario dovesse render irrite le assemblee; sospendevasi il comizio del popolo se tonasse; disdicevasi il senato ogniqualvolta si riferisse che un bue aveva parlato[234]. Chi non comprende qual partito ne potessero trarre i politici e gli scaltri? l'adunanza stava per rendere un'importante decisione? ecco a scioglierla col fatale alio die l'augure[235], che avea veduto segni sinistri; un'impresa era spinta o dissuasa dal fegato o dal cuore di una vittima, dal tonare a sinistra o a destra, da un volo d'uccelli fausti o malaugurati. In gravissimi disastri rendeasi il coraggio col consultare i Libri Sibillini, o si mandava ad interrogare gli oracoli di Sicilia, di Grecia, d'Asia. All'Esculapio di Epidauro un serpente stava sempre vicino; e quando in un contagio fu spedita una nave per portarlo a Roma, il serpente la segui fin nel Tevere: allora saltò dalla nave e si annidò nell'isola, segno di fermarsi colà; e tosto la peste cessò. Al tempio di Giunone Lacinia presso Crotone succedevano stupendi miracoli; cingeanlo boschi di altissimi abeti, fra i quali e il tempio spaziavano laute pascione, ove mandre e greggi stavano senza custodi, uscendo la mattina, rientrando la sera spontaneamente nelle stalle; nè gli uomini mai li rapivano, nè i lupi: e al limitare del tempio vedeasi un'ara, dove le ceneri rimaste non erano smosse mai, per quanto i venti imperversassero in ogni direzione[236]. Altrettanto ai Locresi era caro il tempio di Proserpina, le cui dovizie avendo Pirro saccheggiate, fu côlto da sformata procella che rigettò le sue navi sul lido, ove s'affrettò a restituire il mal tolto: e quando, temendo la guerra mossa dai Crotoniati, i Locresi voleano portare quel sacro tesoro dentro la città, fu dal tempio intesa una voce che ammoniva d'astenersene; la dea avrebbe difeso il proprio tempio: e avendo pure voluto cingerlo d'un muro, questo ruinò a terra. Nè v'era santuario che non volesse segnalarsi per qualche portento[237].
Quanto qualsiasi di Grecia era venerato quel di Érice in Sicilia, così antico, che Dédalo, venutovi un secolo avanti la guerra di Troja, lo trovava già, e con un muro ne agevolava l'erta salita: era popolato di fanciulle devote a Venere. A Cerere era sacro quello di Enna, e nel tumulto de' Gracchi i Libri Sibillini indicarono si placasse quell'antichissima dea, e pare che dalla Sicilia si traesse a Roma la sacerdotessa di Cerere[238].
Per quanto compatiamo ai pregiudizj di Plutarco, ci si stringe il cuore nel vedere in esso i consigli degli uomini illustri, la decisione di capitali eventi, la fortuna d'eserciti e di popoli affidarsi alla leggerezza d'un sogno, all'impostura d'un augure, all'osservazione d'un fenomeno naturale. Che se Cicerone dedicò il trattato De divinatione a confutarli, convien dire che molti tra la gente colta mettessero fede nell'astrologia e nei sogni. Publio Figulo, sommo personaggio e portento di sapere, grand'amico di Cicerone, che lo chiamava dottissimo e santissimo, era profondo in tutta questa vanità, e la esercitava a servizio del pubblico e de' privati. E molti a Roma salivano in considerazione coll'astrologare, e promettevano a Pompeo, a Crasso, a Cesare che morrebbero di vecchiaja, illustri e quieti in casa[239].
Oltrechè la religione non s'era applicata a mettere in sodo le capitali verità morali nè a diffonderle nel vulgo, cui rimasero inaccessibili finchè la religione insegnatrice non nacque col Vangelo, prima di questo la filosofia fu sempre superiore alla religione. Di quella che i Romani ebbero indigena, ogni memoria restò cancellata dal sopravvenire della greca, esposta poi così splendidamente da Marco Tullio. Costui, come avviene in tempi che le credenze sono scosse, rimane eclettico, e secondo i Neoaccademici si tranquilla nelle probabilità. Però combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica di plebee[240]; non foss'altro, perchè sconsigliavano dalle pubbliche faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della romana, è l'applicazione al viver cittadino. Pertanto predilige l'etica stoica, anche perchè meglio opportuna all'eloquenza; salvo, del resto, a voltarla in beffa nella persona di Catone. Scopo della morale e suprema regola della vita è per Tullio il sommo bene, il quale consiste nella virtù e nell'onestà, cioè in quel che è lodevole per se stesso, non per idea di utilità: e quantunque l'onesto sembri talvolta pugnare coll'utile, utile è però sempre.
Bellissimo è l'udire esposta la virtù in parole si eloquenti com'egli fa; ma se gli cerchiamo una norma fissa, troviamo o il vuoto o l'eccesso. Ne' suoi paradossi stoici ci dirà che «il savio non perdona veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia; in quanto è savio, egli è bello benchè scontraffatto, ricco benchè muoja di fame, re benchè schiavo; chi non è savio, è pazzo, bandito, nemico; è colpa eguale uccidere o un pollo pel desinare o il padre; il savio di nulla dubita, mai non si ripente, non s'inganna, non cangia d'avviso, non si ritratta». Certo non con questi teoremi si educherà al vero la mente, alla bontà il cuore. Lo stoico impugnerà gli Epicurei, che non discernono il piacevole dall'onesto: ma questo onesto ove lo troverà? dove questa virtù a cui la volontà deve aderire?[241] Cicerone, anzichè sodare verità generali, cerca l'applicazione utile, e utile ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiante; raccomanda di non istaccarsi troppo dalle vie comuni, quand'anche non approvate dalla stretta morale; l'avvocato può sostenere una causa non giusta; per gli amici uno può permettersi cose che non farebbe per sè[242]: ciascuno nell'operare deve riguardo alla propria indole, cui inerisce sempre qualche difetto; nessuno è obbligato all'impossibile; e l'uno è più atto a questa, l'altro a quella virtù[243]. Così attempera l'onestà alla convenienza.
Ma egli, che riprodusse la morale più pura di cui fosse capace il mondo pagano, morale che tanta efficacia esercitò sulle leggi e sui costumi romani, non riesce a cancellare l'impronta originale della filosofia gentilesca, per la quale l'uomo non aveva un valore assoluto, ma solo uno relativo e subordinato alla società. Conforme amorale siffatta, con cui Roma giustificò pessime iniquità, Cicerone esibisce il modello d'un cittadino perfetto: — Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj, Curj, Fabrizj, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero che questa repubblica assodarono, e ch'io ripongo nel numero degli Dei immortali; amiamo la patria, obbediamo al senato, sosteniamo i buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterità ed alla gloria; giudichiamo ottimo ciò che è più retto; speriamo quel che ci aggrada, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in fine che il corpo de' forti e de' grandi uomini è mortale, ma sempiterna la gloria dell'animo e della virtù»[244]. Anche il suo libro degli Uffizj non riflette all'uomo, ma al cittadino; non mette la debita distinzione fra la scelta d'uno stato e quella de' principj; e trascurando la moltitudine operosa ed utile, da precetti soltanto pel magistrato o pel generale, al più pel letterato; insegna come acquistare onoranza nella repubblica e nei governi, come operare con decoro; ma nulla della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni dell'uomo coll'uomo: ommette poi i doveri di questo verso la divinità, senza dei quali come si può imporre efficacemente il dovere, determinarlo, sanzionarlo?
Abbastanza ci fu veduto come siffatte massime togliessero e pietà e giustizia a Cicerone qualora si trattasse d'uno straniero o d'uno schiavo, e di giudicar rettamente delle malvagità che aveva sott'occhio: barcollando poi fra le opinioni altrui, conosce l'errore delle vulgari credenze, ma con esse confonde spesso i dogmi più essenziali, fin l'esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima[245].