Non venite a citarmi qualche popolo moderno, altrettanto molle, altrettanto incredulo, e che pur vive e cresce. Oggi la pluralità lascia fare, i buoni ordinamenti frenano i sudditi corrotti, una livellazione universale riduce a quell' aurea mediocrità, dove non eccedono nè le virtù nè la depravazione. Allora molto maggiore era lo sviluppo pratico della vita, e specialmente della politica, e in tal senso dirigevasi l'educazione, non alla letteratura come oggidì. La nascita, gli avi gloriosi, la ricchezza spianavano la via agli onori, ma viepiù i talenti per la guerra e pel governo, col cui mezzo doveasi acquistare e conservare la dominazione. Di qui l'atteggiamento di grandezza degli uomini illustri di quel tempo, sicchè c'impongono una specie di venerazione; grandezza viepiù appariscente perchè chiamati ad ogni sorta di attività. I letterati insigni trovammo assorti nella pubblica cosa; l'uomo stesso era sacerdote, oratore, legista, magistrato, guerriero; il pretore in città rendeva giustizia, fuori comandava le armi; il questore amministrava in pace le rendite civili, e provvigionava gli eserciti in campo; il console offriva sacrifizj, deliberava in senato, convocava le adunanze, soggiogava i nemici, sistemava le provincie. Cesare, il maggior capitano del suo secolo, sarebbe stato il maggior oratore se l'avesse voluto; dal conquistare le Gallie veniva a fare i sacrifizj, dal discutere una causa a compilare il calendario e riformarlo. Cicerone, eloquente, poeta, filosofo, statista, giureconsulto, finanziere, uom d'affari e di studj, e primo o dei primi nel trattar cause, dirige lungo tempo il senato, combatte i Parti, e dai soldati che guidò alla vittoria è acclamato imperatore.
In tempi di rivoluzione, gl'individui grandeggiano a proporzione della decadenza e dello scompaginamento delle forze nazionali; e chi si sente facoltà straordinarie, sarà audace a tutto tentare quando i costumi e l'opinione pubblica non bastano a rattenerli nelle barriere legali.
E tanto più che, fuori dei vincoli politici, nessun altro congiungeva i cittadini; la famiglia era una tirannide; la città aperta all'abitante di Tivoli come a quello di Marsiglia o di Cadice; la letteratura desunta da forestieri; l'umanità ignota fin di nome, e gli Stoici la dichiarano indegna del sapiente, il quale, secondo il mansueto Virgilio, non dee nutrire nè invidia pel ricco nè commiserazione pel povero. Le nimicizie si esercitano come un fatto palese, autentico, doveroso: uno al principiare della sua carriera trovasi già nemici ereditarj, o se ne elegge: dichiarasi ad uno che si cessa d'essergli amico, e soltanto per contrariarlo si segue l'opposta fazione: mettesi una specie di punto d'onore nel perseverantemente odiare; talchè Cicerone chiede scusa se, pel pubblico interesse, fa causa comune coi proprj nemici, e procura giustificarsi con qualche esempio[246].
Mancando ogni valore assoluto, bisognava conservar la cosa romana coll'abitudine, col mantenere le costumanze antiche; ed ecco perchè tanti non sapeano che rimpiangere l'età degli avi. Ma anche considerando le cose romanamente, come figurarsi la rintegrazione del passato? La grande eguaglianza erasi effettuata; coll'estendersi dello Stato si erano o volti in vizio o peggiorati i regolamenti onde Roma vigori in gioventù; i giudizj de' padri-famiglia nella propria casa e de' magistrati in ciascuna città divennero tirannia importabile dopo alterati i costumi; i patroni si conversero in oppressori, e trascinavano i clienti a secondarli nell'ambizione, o saziarne l'ingordigia; la potenza tribunizia, mera tutela del popolo vilipeso, era sormontata a segno da opprimere il senato, talchè Catone esclamava: — Campateci dalle miserie che ci aggravano; campateci da questi mostri, che non sono mai sazj di nostro sangue; non soffrite che noi siamo servi se non a voi tutti, giacchè della sola volontà del popolo dobbiamo noi esser servi»[247]. La separazione di plebei e patrizj, lievito profittevole alla libertà, era degenerata in guerra civile, combattuta con armi che non erano più armi della patria.
In quei secolari conflitti, secondo che il senato, le curie o le tribù erano prevalsi, consoli, dittatori, tribuni aveano fatto leggi, ispirate da sentimento di parte o da abuso della vittoria; e quest'accozzaglia mancava d'ogni unità d'intento. La fatica di stricare quel viluppo apparteneva ai giureconsulti; eppure non salsero in onore, restando confinati nella minutezza delle liti private, mentre le pubbliche si dibattevano nelle passionate arringhe degli oratori, e si decidevano per broglio e per forza.
Il lasciare ai vinti gli statuti e le consuetudini natìe era accortissima politica; ma col moltiplicarsi di quelli crebbe troppo la disparità della legislazione. Vi rimediavano in parte gli editti del pretore: ma questi variavano di continuo secondo il senno del magistrato; a non menzionare le ordinanze dettate dall'arbitrio ingordo de' proconsoli, dai capricci d'una fazione, dall'entusiasmo per un capitano vincitore, dalla spada di esso. Le leggi che vietano i brogli, la venalità degli oratori, il carpire i testamenti, il violentare libera persona[248], rivelano il vizio, più che non facciano confidare del rimedio. Una obbliga a menar moglie, una limita le spese de' banchetti e il numero de' convitati, intanto che nessuna, fin ai tempi di Cicerone, puniva la frode in generale, nè concedevasi accusa fuorchè contro i fatti determinati da titoli speciali[249].
A rappresentare l'antica sapienza romana, sapienza di forza e di conquiste, rimaneva quel senato, cui gli oratori non rifinano di tributare encomj. Per ovviare le aspirazioni liberali e invigorire la propria potenza, esso spingea continuamente a guerre esterne sotto frivoli pretesti; il suo diritto delle genti era tutto a carico de' nemici; il riposo, l'indipendenza de' popoli non misuravansi che alla potenza romana, alla quale sola nessun confine avevano posto gli uomini nè gli Dei. Erettosi arbitro del mondo, giudicò la servitù di questo necessaria alla sicurezza di Roma; idolo inesorabile, a cui mostravasi devoto fin a quell'eroismo che si fa ammirare da quanti non badano al fine: poi nelle cose interne sfasciavasi in brogli e paure e spirito di fazione e passioni personali ed aristocratiche; impotente a prevenire il male, operando il bene sol quando v'era trascinato dalla perseveranza plebea. Intrepido a fronte degli stranieri, a fronte dei tiranni interni mancava di coraggio; anzi col dimandare l'autorità dittatoria e col prorogare i comandi educò quegli usurpatori, cui primo studio era il decimare o deprimere il senato stesso.
Fra un'aristocrazia ristretta, violenta, corrotta; e una popolaglia viziosamente povera, che aveva sgradite le riforme de' Gracchi perchè colla possidenza imponeano l'obbligo del lavoro, come poteva prosperare la repubblica? Tentarono i Gracchi ricostituirla nell'interesse del popolo; ma credettero alla moralità di questo, e ne furono uccisi. Lo tentò Silla col rassodare l'aristocrazia; ma questa pure si trovò talmente sfasciata, che non potè conservare quant'egli le avea restituito. Cicerone divisò di costituire un terzo stato coi cavalieri; ma non che opporlo al senato, avrebbe voluto che, chiunque si segnalava per nobiltà, ricchezza, magistrature, si unisse, e col nome di ottimati facessero contrasto al popolo basso. Catone, mai non piegandosi all'attualità, pretendeva che uomini e cose tornassero quali erano quattro secoli innanzi; e la sua rigidezza noceva non meno che la flessibilità di Cicerone, perchè in corpo guasto anche il rimedio torna di danno. Pompeo non riforma se non col rattoppare il passato, col risuscitare le due teste della repubblica, sicchè infuriarono le risse del fôro, sin a portare alla guerra civile. Immeritevoli del governo repubblicano, tutti sentivano la necessità de' corrotti, il riposo nella servitù.
Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge, sagrificando l'interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido arricchire degli uni colle conquiste, l'impoverire degli altri in grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s'erano appassionati dei Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l'orgoglio che facea respingere un uomo nuovo d'Arpino o di Venosa, accoglieva all'amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la stima delle virtù avite, bensì quell'indifferenza per la cosa pubblica, che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.
I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al sajo popolare. Allora si facea l'amico con tutti, si davano pranzi, si pagava l'entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o al liberto d'un personaggio influente; non si trascurava il capo d'un municipio, il priore d'una confraternita di arti; si sapeva a memoria la carta d'Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti, e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.