CAPITOLO XXIX.
Guerre civili fino all'Impero.
Questo quadro infelice dovette presentarsi agli occhi di Bruto, non appena, confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, la riflessione sottentrava all'ebbrezza di un'azione atroce, reputata sublime. Geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l'avevano indotto all'uccisione: ma lo sgomento si propagò rapidamente dal senato alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città col berretto s'una picca, simbolo di libertà[260], schiamazzavano averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di gradir troppo il regalo dell'aristocratica libertà, onde o fuggivano spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio, meta vulgare d'ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini. I congiurati tentarono guadagnarseli a denaro; ma fallendo anche in questo, dovettero pensare a schermirsi in Campidoglio, circondati da bravi.
Uccidere un tiranno qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la difficoltà; nè i congiurati n'ebbero il senno o la possa, nè bastava che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia, sanguisuga dell'erario»[261], non prometteasi nulla dal favor della piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse e prendesse partito sulla circostanza[262]: ma Bruto, che non avea provato scrupolo ad uccider Cesare, l'ebbe a radunare la curia senza le formalità: rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a raggiungerlo, dicendo non doveano rimanere a parte del pericolo quelli che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi le fa, ma ne diroccano la causa.
Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei tanti che nell'esitanza hanno bisogno di una spinta, si lasciavano allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiare i torti e ingrandire i benefizj; tanti veterani, venuti per accompagnar Cesare alla guerra de' Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo: il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne lamento[263]: Virgilio lo pianse nell'egloga di Dafni, Varo in un poema epico: narraronsi portenti che aveano preconizzato e seguìto la sua morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in teatro a quel verso d'una tragedia di Pacuvio, Io li salvai perchè a me desser morte. Ah! il mondo non prendeasi briga de' privilegi del senato e de' lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela dava, il coltello de' congiurati gliela rapiva.
Soffiava in quelle faville Marc'Antonio console, ben lontano dall'esser tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze, che nel presente scombuglio si trovò prudenza l'eludere col bandire generale amnistia e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva operato. In conseguenza i congiurati avendo ricevuto ostaggi, scesero dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Antonio cenò Cassio, che domandato per celia dall'ospite se non portasse qualche pugnale nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide». Dovette il motto punger nel vivo Antonio che vi aspirava, come v'aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.
Antonio fè leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al popolo romano lasciava i sei giardini in Trastevere, e tremila sesterzj per ciascun cittadino; giusta l'usanza, varj legati e benevoli ricordi agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo? Quando poi Antonio espose la lacera toga e l'effigie in cera del dittatore, con tutte le ferite ricevute (44), d'ogni parte e in varie favelle si urlò vendetta, sul rogo i veterani gettarono le ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una stella apparsa in quel tempo ( Julium sidus ).
Con tali dimostrazioni e col protestare vendicherebbe Cesare se non si sentisse rattenuto dal decreto del senato, Antonio recò ombra agli amatori della quiete; onde accortosi d'aver levato la maschera troppo tosto, indietreggiò, punì di sommaria morte i promotori del tumulto, al senato promise ristabilire la calma, e propose che al figlio di Pompeo, rifuggito ne' Celtiberi, si rendessero la patria e un compenso pei beni confiscati, e s'affidassero tutte le forze navali della repubblica.
Il nome di Pompeo rimanea sempre caro al senato, non foss'altro per opposizione: onde Antonio n'è levato a cielo; e fingendosi insidiato da coloro che avea repressi, si cinge di numeroso satellizio; fa decretare abolita la dittatura per togliere il timore ch'egli v'aspiri; ma a nome di Cesare estinto, procede più a fidanza che questi non avesse fatto vivo, cava fuori patenti già firmate da esso, che nominavano senatori, colle quali, e col far a Lepido attribuire il sommo pontificato, assicurasi potenti amici, e s'appoggia alla pretesa volontà di Cesare, il quale così continuava a regnare postumo.
Il popolo intanto chiedeva a incessanti voci, — Bruto, Bruto». Era entusiasmo d'ammirazione? era furor di vendetta? no: come pretore egli doveva dare pubblici giuochi, e il buon popolo non voleva esserne fraudato; ma Bruto, non affidandosi di tornare in città, mandò fiere ed artisti per sollazzo del buon popolo, il quale lo ammirò e applaudì. A lui Cesare prima di morire aveva assegnato il governo della Macedonia, della Siria a Cassio, a Cajo Tribonio dell'Asia, a Cimbro della Bitinia, della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto: ma tutti si fermarono in vicinanza di Roma per tener d'occhio Antonio, le cui intenzioni divenivano più sempre sospette.
Costui, allevato nei campi e a sbevazzare e motteggiare alla soldatesca, nelle guerre d'Oriente contrasse gusti asiatici, un'eloquenza pomposa, pomposo vivere; ingordo de' piaceri e del denaro che li procura, avaro e prodigo a sbalzi, infedele pagatore. Cesare se l'era tenuto caro come buona spada, ed onorando in esso i veterani, quando tornò di Spagna sel tolse nel proprio carro di trionfo. Ma troppo egli distava dal genio, e più ancora dall'umanità del suo generale, del quale null'altro che la spada era capace di raccorre. Accedendo ora ai Pompejani, ora al popolo, or al senato, nè degli uni nè degli altri otteneva la fiducia; e col castigare alcuni veterani tumultuanti, col negar denaro agli altri, si avversò anche que' legionarj, che volentieri avrebbero posto sul trono e sull'altare questo loro commilitone.