Meglio del preteso discendente di Ercole sapeva le vie il giovinetto Ottaviano, nato da Cajo Ottavio persona nuova, e da Accia figlia della sorella di Cesare, il quale lo adottò, e testando il costituì erede per due terzi, sotto la tutela di Decimo Bruto. Zoppicante, sempre a decozione di lattuche e poma per mal di nervi e di fegato, timido a segno che scrivea sin quello che avesse a dire a sua moglie, sì fievole di voce che al popolo non potea parlare che per via d'un araldo; per quanto Cesare avesse tentato avvezzarlo agli accampamenti, ora la madre, ora la malsanìa l'aveano rattenuto da tutte le spedizioni; poi i soldati si ricordavano d'averlo fischiato allorchè in Sicilia voltò le spalle; i nobili gli rinfacciavano l'avo materno africano, la madre che girava una macina ad Aricia, il padre che rimestava la farina con mano imbrunita dal denaro che maneggiava come usurajo[264]. D'altra parte i suoi benevoli gli suggerivano: — L'eredità dello zio che cosa ti porta? l'obbligo di vendicarlo; e se fallisci, la morte. I denari di casa se gli ha presi Antonio: quand'anche tu li ricuperassi, basteranno a pagare i generosi lasciti, a comprarti partigiani, a gratificarti le legioni? E però fa a modo; non t'avventurare, e lascia deserta l'eredità».
Ma Ottaviano a diciott'anni possedea l'audacia politica, tanto diversa da quella dei campi; sapeva persistere, variar partiti, esser crudele o magnanimo, leale od ipocrito: onde risolse tentare sua ventura. Aderendo all'eredità del dittatore, assunse il nome di Cajo Giulio Cesare Ottaviano; osò un delitto capitale, intercettando il tributo delle provincie d'oltremare, e così ebbe il denaro che fa tutto.
Come s'avviò a Roma, i veterani di Cesare lo portavano in trionfo, accorreano amici, magistrati, uffiziali: solo Antonio non si mosse; e Ottaviano, non che mostrarsene offeso, — Tocca a me (disse), giovane e privato, l'andare a salutar lui, in tal carica e più maturo». Fatto aspettare, non s'inquieta; introdotto, profonde grazie al console delle onoranze rendute allo ucciso zio: ma al tempo stesso, per pagare i legati, gliene ridomanda il denaro; e perchè Antonio lo mena a belle parole, e' vende case, terre, tutto il proprio patrimonio, dichiarando accettava l'eredità soltanto per non defraudare tante famiglie dei pingui lasciti dello zio: e così versa tant'odio sopra Antonio, quanto amore a sè procaccia.
E già i rancori trapelano: Ottaviano scredita Antonio quasi perfidiasse alle intenzioni ed alla causa di Cesare; Antonio taccia l'altro di garzone temerario, imprudente, sedizioso: Ottaviano, per quanto desiderasse vendicare il prozio, non soffriva di vedere Antonio a capo d'un partito che il potesse rendere arbitro della repubblica; Antonio, fingendosi vindice di Cesare per ingrazianire il popolo e i soldati, agognava al poter sovrano. I senatori che favorivano i congiurati come restauratori della prisca libertà, ridevano di que' dissensi che fiaccherebbero i Cesariani.
Bruto, alzando il pugnale con cui avea trafitto Cesare, aveva esclamato: — Eccoti, o Cicerone, vendicata la repubblica», quasi volesse acquistar credito col mostrarsi appoggiato dal voto dell'uccisore di Catilina; ma in fatto temendo che o pavido guastasse o presuntuoso volesse dirigere, nulla si era comunicato della congiura a Cicerone. Questi, che sì pomposamente avea magnificato la clemenza di Cesare, e assicuratolo che nessun mai oserebbe attentare alla vita di lui, o tutti i petti de' senatori gli sarebbero di scudo[265], or ripetutamente querelasi di non essere stato convitato al bellissimo banchetto degli idi di marzo, massime perchè avrebbe persuaso a tôr di mezzo anche Antonio[266], contro del quale allora scrisse le Filippiche; professava aver esultato nel vedere quell'uccisione in senato[267]; ma una rivoluzione non preparata, non condotta da lui andavagli poco a garbo, e colla solita oscillazione non tardò a mostrarsene nojato, e dire: — L'albero è abbattuto, sussistono le radici». Come poi Ottaviano andò in villa a fargli visita e lo chiamò padre, egli ne sposò a fronte aperta la causa, disse che i congiurati avevano finito con coraggio d'eroi un'impresa da fanciulli, e per avversione ad Antonio si diede a sorreggere il giovane, e in senato diceva: — Prometto, assicuro, garantisco che Ottaviano sarà sempre tal cittadino, quale oggi è, e quale la patria il desidera»[268]. Bruto ne mosse querela, e — Non è un padrone che Tullio tema, ma un padrone che non lo careggi; mentre gli avi non soffrivano la servitù, comunque dolce»; e gli scriveva: — Tu, scalzando Antonio, non tendi che a consolidare Ottaviano: aborrisci la guerra civile, e non una pace infame»; e ad Attico: — L'eminente ingegno di Tullio come posso io stimarlo, se così poco seppe mettere in pratica ciò che aveva scritto a proposito della libertà della patria, del vero onore, della morte e dell'esiglio? morte, esiglio, povertà, pajono gran mali a Tullio; e purchè egli abbia il suo desiderio, e si veda riverito e lodato, non teme una servitù onorata, quasi l'onore potesse conciliarsi con cosa tanto infame com'è la servitù . . . Quanto a me, non ho risolto se farò guerra o manterrò la pace: ma o l'una o l'altra, servo non sarò giammai»[269].
Evitare la guerra civile più non stava in lui. (43) Ottaviano, raccolti nella Campania diecimila veterani, e accostatosi a Roma sotto ombra di proteggerla dal console ambizioso, vi entrò colla permissione del popolo; e persuadente Cicerone, il senato gli decretò una statua, e di poter salire console dieci anni prima dell'età. Antonio, a capo d'altri fazionieri, si spinse nella Gallia Cisalpina per toglierla a Decimo Bruto, adducendo che sconveniva il lasciarla a un uccisore di Cesare, ma in fatto perchè sentiva quanto fosse importante quel paese, donde congiuntosi a Lepido governatore della Narbonese, e a Planco della Gallia Transalpina, si volterebbe a minacciar Roma; e assediò il proconsole in Modena «fortissima e splendidissima colonia del popolo romano»[270].
Il senato, che, come tutti gli atti di Cesare, aveva confermato quel comando a Decimo Bruto, guardò quest'impresa per un atto ostile, e dall'animosità di Cicerone, che esagerava e i vizj privati e l'ambizione di Antonio, e mostrava codardo e pericoloso qualunque tentativo di conciliazione, si lasciò spingere a troncare ogni accordo, chiarir nemici il console Antonio e il collega Dolabella creatura di lui, che in Asia aveva ucciso Cajo Tribonio, uno de' congiurati, ed affidare la punizione del primo ad Ottaviano, dell'altro a Marco Bruto e Cassio.
Adunque si bandiva guerra a cittadini romani, e si promoveva il futuro tiranno della patria in nome della libertà: di questa mostravasi infervorato Cicerone (43), che con eloquenza fatta inesauribile dal nuovo pericolo, quattordici Filippiche animò d'ira e di patriotismo[271]; di questa il senato; di questa tutti in parole, nessuno in effetti.
Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone lo intitolava, nessun'ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d'una bandiera, che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode Antonio, e la morte de' due consoli (talmente opportuna, che gli fu imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria e il titolo d'imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone, quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la via delle Alpi, presentissimo com'era ne' disastri; persuase, sedusse, incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli incamminò verso l'Italia.
È sempre grande il numero di quelli che ne' capi desiderano la debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere insufficiente, molti intravvidero le sue ambizioni, e come fosse necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse. Pertanto, dimenticatine l'orgoglio e i trasporti, Antonio fu considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono ad Ottaviano l'ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l'altro i capi degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione; rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell'ultima battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti da' suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo di que' soldati, salvo poi a disfarsi di questi.