Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi per cinque anni un nuovo triumvirato per ristabilire la repubblica (ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia ne' Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono le provincie, conservando indivisa l'Italia. Ottaviano, a capo dell'esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.

I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido custodirebbe l'Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti in diciotto delle migliori città d'Italia, snidandone i prischi possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento, Rimini, Mantova, Cremona.

Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto: — Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto coll'odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj, ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda gl'innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno segreti»[272].

Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue e di costernazione: poi altri cencinquanta furono designati, poi altri. L'esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l'abbandona, sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch'e' preferisce recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n'è ricompensato coll'eredità. Un altro assalito, implora un sol momento per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde. Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e spendendo ogni ben suo nell'esequiarlo.

Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando l'onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d'averlo tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.

Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto dei padroni, lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla propria casa: alcuni colle spade s'aprirono il passo fin al mare. Un fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da' sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone, e poichè lo vide pauroso d'esserne tradito, — Pensate voi (disse) che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti, ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale dall'inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.

Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri sacrificarono l'un all'altro un particolare amico, onde farsi abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi avanti alla camera ove l'avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un lato, e in mano l'oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od uccidesse lei pure, rea d'averlo campato.

Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l'altro perchè disobbediente.

Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l'idea d'uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l'ultima e la men rara virtù de' Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».

Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò: — Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»; contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l'inviò a Fulvia moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il capo d'uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero reato. Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico de' suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volontà della moltitudine.