Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo di que' pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno; e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava l'Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze, tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre s'uniformava sempre ai consigli d'amici, onde fu detto ch'era liberto de' suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch'egli conservi per cinque anni la Sicilia, la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj per equivalente de' beni paterni confiscati; conferito il pontificato massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento; alleggerita la condizione de' proscritti; ai legionarj suoi, terminata la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri; egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi, fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch'io sferri; porta via costoro, e tu sei padrone dell'impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».

Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno. L'antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne' loro figli: Ottaviano occhieggiava il destro d'invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l'altro le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno nuovi dissidj; inevitabile la guerra.

Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di Corsica e di Sardegna.

Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati, Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest'ultimo, della chiarissima famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco, ingegnoso uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s'appagava di restare cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: — Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch'io viva; anche in croce, purch'io viva». Ma gran senno mostrava ne' consigli; e perchè non ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s'adoperava Agrippa.

Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo, l'incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse l'insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere d'Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero a collocarvi Ottaviano col risarcire l'ordine, surrogare agli indocili veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.

Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile e Nauloco (35), mandandone l'armata in fiamme. Dei capi, alcuni furono uccisi, altri s'uccisero: Ottaviano che, non reggendo a veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò colmo di gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori, e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.

Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d'Africa con grand'esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere, mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l'altro sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde, vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l'avevano sollevato, tristo cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice; e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Restavano a disputarsi l'impero Ottaviano e Marco Antonio. Il primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano; quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti, corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe' tuoi bambini». L'esercito applaudì all'ardito; Ottaviano si ritirò: ma il tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i prischi coloni lasciavano deserti.

Roma al reduce Ottaviano prestò onori splendidissimi e congratulazioni come a trionfante, e gli eresse una statua col titolo di pacificatore della terra e del mare. Egli ricusò alcune eccessive dimostrazioni, assolse coloro che dovevano al tesoro per pubbliche cause, mandò a sperdere le masnade che devastavano la campagna e le borgate, procacciò abbondanza di grani; le lettere di senatori trovate a Pompeo recò in piazza, ed arse inviolate; e protestò deporrebbe l'autorità non appena Antonio tornasse d'Oriente. Preso da tanta liberalità, il popolo gli conferì il titolo di tribuno della plebe in perpetuo, che lo rendeva inviolabile, e che gli spianava la via al dominio assoluto.

Che faceva intanto Antonio? passato in Grecia colla nuova moglie Ottavia, in Atene ricevè gli omaggi servili cui lo aveva abituato Cleopatra; nelle processioni vestivasi da Bacco; sposò la dea Minerva, poi ne pretese la dote di mille talenti. Ventidio Basso suo ajutante aveva in questo mezzo felicemente guidata la guerra contro i Parti, che sostenuti anche da Romani fuorusciti, (36) aveano devastato l'Asia Minore e fin al Mediterraneo. Ventidio colle vittorie vendicato Crasso, avrebbe potuto dilatare l'imperio fino al Tigri, se non l'avesse rattenuto la gelosia del suo generale. Il quale rimandatolo a Roma sotto il pretesto d'ottenervi il trionfo, unico che i Romani celebrassero sovra i Parti, prese egli stesso il comando: ma l'esercito, disgustato, mal lo secondò, sicchè dovette con poco onore conchiuder la guerra. Cajo Sosio, altro suo ajutante, sottopose Gerusalemme e la Giudea, lasciandovi regnare Erode il grande; Canidio penetrò nell'Armenia (35), occupando le gole del Caucaso per cui avevano passaggio le popolazioni scitiche: per modo che le armi di Antonio occupavano le tre grandi vie del commercio, quelle del Caucaso, di Palmira, d'Alessandria.