Egli si tragittò in Italia; e Ottavia, sostenuta da Mecenate e da Agrippa, indusse il fratello ad abboccarsi con lui; ove convennero del come distruggere i nemici, e prolungare cinque altri anni il triumvirato.
Se bontà, amorevolezza, prudenza fossero bastate ad allacciare Antonio, Ottavia il poteva; ma pel soldato ambizioso e grossolano, che valevano mai le virtù della bella suora d'Ottaviano a petto di Cleopatra, regina e amante, adorata per dea nella città più degna d'esser capo del mondo? Abbandonata pertanto in Italia la moglie, tornò a Cleopatra, la quale, più ambiziosa che amante, lo consigliava a fare Alessandria capitale d'un nuovo impero, che coll'Egitto abbracciasse i paesi marittimi e trafficanti del Mediterraneo orientale. Intanto assalì i Parti (34), e assediò Praaspa capitale della Media; ma il valore congiunto de' Medi e de' Parti lo obbligò a calare a patti. Re Fraate IV, che gli aveva promesso sicura ritirata, ben dieci volte l'assalì ne' ventisette giorni che quella continuò, e durante la quale, in fatiche e privazioni orribili perdette ventiquattromila compagni prima di toccare la provincia. Altri ottomila ne perdette in una marcia forzata per paesi nevicosi, consigliatagli dalla smania di rivedere Cleopatra. Questa a Leucopoli lo raggiunse con abiti pei soldati e con denari; gl'impedì di vedere la buona Ottavia, giunta in Atene con munizioni e cavalli assai, e duemila guerrieri in tutto punto e larghi doni; e che rejetta, tornò a Roma senza voler però uscire dalla casa del marito, nè permettere che il fratello la vendicasse; educava diligentemente i figli d'Antonio, e sosteneva del suo credito quelli ch'esso raccomandava per impieghi.
Tali virtù davano risalto alla turpe condotta del marito; il quale in Alessandria festeggiando e sollazzando, raccolti i cittadini a splendidissimo banchetto, vestito da Osiride sedette sopra un trono d'oro, mentre s'un altro eguale sorgeva Cleopatra, con a' piedi i suoi figliolini; dichiarò (33) lei regina d'Egitto, di Cipro, dell'Africa, della Celesiria, associandole Cesarione natole da Cesare; ai tre figli da essa partoritigli assegnò altre provincie, col titolo a tutti di re dei re. Ottaviano avea cura di divulgare siffatte azioni, e aggiungeva che Antonio mulinasse trasferir Roma sul Nilo, o dare Roma a Cleopatra, la quale giurava con questa formola: — Come spero dar leggi in Campidoglio»[280].
Fremeva il patriotismo romano a questa prodigalità di regni, e alle pompe ch'erano privilegio del Campidoglio: e Ottaviano, che facea suo pro d'ogni errore d'Antonio, lo accusa al senato e al popolo d'avere smembrato l'impero, e disonestatane la dignità col suscitare cotesto intruso Cesarione. Antonio di rimpatto rinfaccia ad Ottaviano di non aver partita seco la Sicilia tolta a Pompeo, nè l'autorità e l'esercito tolti a Lepido, e distribuita l'Italia tutta fra' proprj soldati, nulla serbando pe' suoi; al che l'altro celiando rispose: — Come può desiderare questi ritagli esso che ha conquistato l'Armenia, la Media e l'impero de' Parti?» L'ironia punse sul vivo Antonio, che chiarita nimicizia, preparò grande sforzo sul mare Jonio: sostenuto coi tesori e co' vascelli di Cleopatra, a Samo, dov'era dato il convegno alle forze di tutti i principi e popoli dall'Egitto all'Eusino e dall'Armenia all'Illiria, i due amanti dividevano il tempo tra apparecchi di guerra e piaceri sontuosi, che sarebbero stati soverchi anche dopo un trionfo.
Ottaviano, cacciando i due consoli che vi si opponevano (32), indusse Roma a bandir guerra, non ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio allora ripudiò Ottavia, la quale si ritirò dalla casa maritale, non d'altro dolendosi che d'essere pretesto di una guerra civile.
Se Antonio si fosse affrettato sopra l'Italia mentre era mal provveduta, e disgustati i migliori Romani per la mal dissimulata ambizione d'Ottaviano, e l'Italia per un'imposizione straordinaria, forse altrimenti piegavano le sorti del mondo: ma parte i piaceri, parte i preparativi, l'indussero a differir la guerra all'anno successivo. Se ne giovò Ottaviano per sedare gli animi: tolto per violenza alle Vestali ove stava depositato, pubblicò un testamento di Antonio, tutto favorevole agli Egizj, e quindi ingratissimo ai Romani; poi ogni giorno facea spargere incolpazioni nuove, e aneddoti nulla più autorevoli che le dicerie de' giornali, ma che allora gli valsero mirabilmente, e che poi la condiscendente storia adottò.
Dalle provincie d'Asia e d'Africa (31) Antonio avea raccolto ducentomila pedoni, dodicimila cavalieri, ottocento vascelli: lo seguivano in persona i re della Mauritania, della Cilicia, della Cappadocia, della Paflagonia, della Comagene, della Tracia; truppe del Ponto, degli Arabi, degli Ebrej, della Licaonia, della Galazia; una turba poi di Geti si movea per secondarlo. Ottaviano, che governava dall'Illiria all'Oceano, e la Gallia, la Spagna, la costa d'Africa che fronteggia l'Italia, non aveva seco pur un principe straniero; soli ottantamila pedoni, dodicimila cavalli e ducencinquanta vascelli, ma assai meglio forniti e disciplinati.
Con questi raggiunse Antonio, che teneva l'esercito presso il promontorio d'Azio e la flotta nel vicino golfo d'Ambracia. Agrippa devastava le coste di Grecia, intercettava i soccorsi d'Egitto, di Siria e d'Asia, e prendea città sotto gli occhi stessi dell'inimico: onde molti disertarono da questo, che divenuto sospettoso, molti ne fece morire fra' tormenti. Carridio suo generale lo dissuadeva di mettersi alla ventura colla flotta d'Ottaviano, addestrata nelle battaglie contro Pompeo; cercasse piuttosto le pianure di Tracia e di Macedonia, ove il valore e il numero de' suoi comparissero interi: ma Cleopatra lo determinò ad azzuffarsi in mare. Ottaviano, benchè incoraggiato da prosperi augurj[281], si tenne discosto dal pericolo: Antonio vi si espose col coraggio d'un veterano. Il primo aveva agili navi e aggirate maestrevolmente, l'altro elevate e pesanti: d'ambo i lati si facevano prove supreme di valore, quando si vedono veleggiare (7 7bre) verso il Peloponneso i sessanta vascelli egizj, che unici si erano riserbati per fare scorta a Cleopatra, la quale, disperando della fortuna d'Antonio, volea serbarsi a conquistare un altro vincitore. Antonio, dimenticando e prodezza e onore, le corre dietro, e così restano decise la battaglia e la prevalenza d'Ottaviano. Perocchè, mancato il capo, la flotta andò in rotta: l'esercito di terra, forte di oltre centomila uomini, rimase sette giorni inerte alla presenza del nemico, finchè trovando follìa il serbar fede ad un generale che lo abbandonava per una donna, passò ad Ottaviano; colpo decisivo più che la battaglia di mare. Il vincitore si trovò arbitro dell'Asia; alcuni principi depose, tutti multò ad esorbitanza; a molti Romani perdonò, d'altri prese l'estremo supplizio. Solo i gladiatori che Antonio faceva nodrire a Cizico, traversarono l'Asia Minore, la Siria, la Fenicia, il deserto, per raggiungerlo.
Fra vergogna e dispetto tre giorni egli continuò la fuga; regalati lautamente gli amici, consigliolli a cercarsi miglior destino, e andò ad Alessandria con Cleopatra, alla quale erasi riconciliato. Colla fortuna era svanito anche l'amore di lei; pure mesceva al vinto voluttà e speranze; formò una brigata degli inseparabili nella morte, coi quali prolungar le notti banchettando; sperimentava sopra gli schiavi diversi veleni, per trovare quale rendesse meno spasmodiche le agonie; e lusingava l'amante coll'assicurarlo di voler morire con esso, o con esso ricoverarsi in solitudini remote. Al tempo stesso mandava a Ottaviano la corona, lo scettro, il trono d'oro, gli consegnava Pelusio chiave del regno, e ne riceveva galanti messaggi. Antonio, che di nulla sospettava, quando il nemico entrò in Alessandria (30) combattè disperatamente: poi rotta la fanteria, tradito dalla cavalleria, veduto la flotta egizia congiungersi colla nemica, e Ottaviano ridersi del duello che gli proponeva, si diè della spada nel corpo. Fattosi per una corda tirare nel mausoleo dove Cleopatra erasi rinchiusa, stette con essa finchè spirò.
Finiva egli i cinquantacinque anni: mistura di lodevoli e di cattive qualità, avrebbe potuto esser buono se la sciagura lo avesse educato[282]; secondò utilmente Cesare; ottenuto il potere, ne fece quell'abuso che peggiore gli permetteva la costituzione romana: ma la retorica di Cicerone al principio, da poi gli adulatori d'Augusto l'hanno denigrato oltre il vero. Il senato dichiarò infame la memoria di esso: eppure la sua posterità doveva salire al trono, negato a quella d'Ottaviano[283].