Ottaviano mostrò commoversi alla morte di colui ch'era stato complice delle sue proscrizioni, e il cui valore gli aveva sgombrato la via all'impero. Bandì che perdonava ad Alessandria per riguardo al fondatore e alla magnificenza di essa, e al suo amico Areo filosofo platonico, col quale famigliarmente ragionando vi entrò. Cleopatra mise in opera lusinghe e lacrime, minacciò uccidersi; ma sentì spuntarsi l'armi sue contro costui, il quale non le usava riguardi se non per desiderio di serbarla viva al suo trionfo. All'idea di andare spettacolo di commiserazione dov'era stata d'invidia, non resse ella, e si fece mordere da un aspide velenoso.

Ottaviano da Alessandria portò via tanti tesori, che il denaro contante dal dieci scadde al quattro per cento, e in proporzione aumentò il prezzo delle derrate. Ridotto l'Egitto a provincia, dato regola all'Asia ed alle isole, torna a Roma che lo saluta imperatore, e chiude il tempio di Giano.

Così, eguagliato il diritto fra plebei e patrizj, vedemmo sorgere una nobiltà nuova, costituita sulla ricchezza: i poveri, ch'erano i più, si vendettero a qualche ricco o a qualche forte, finchè s'istituì il despotismo democratico coll'Impero, unicamente eretto sulla forza armata e sull'amministrazione delle finanze. Gli antichi nobili erano omai scomparsi tra le guerre e le proscrizioni; alcuni celavansi nella Grecia e nell'Asia Minore, altri si erano fatti capi di pirati, altri accasati nella Partia. Il popolo ricevea denari e spettacoli, e non conosceva misura nella riconoscenza verso colui che dava la pace, dopo tanti orrori o sofferti o veduti.

LIBRO QUARTO

CAPITOLO XXX.
Augusto. — Sistema imperiale.

Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva incessantemente sovvertito.

Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra l'originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici e nemmanco i naturali non si comunicavano che ai membri di ciascuna società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale dominavano sopra un'altra popolazione plebea, spoglia di tutti i diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de' tribuni, e da quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne' mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo Comune.

Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura, pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano contribuito con oro e sangue.

Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartisce a costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tutta Italia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.