Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta, e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.

Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma intitolano d'oro. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, non rimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma Mecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.

A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi che mancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall'editto pretorio.

I filosofi disputavano sull'origine della legge, e non mancava chi vi vedesse, non un trovato dell'umana intelligenza, non un arbitrio del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla nostra natura, la norma eterna del giusto e dell'ingiusto, la regina de' mortali e degli immortali. Ma lo Stato s'atteneva alla pratica e alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt'altre cose indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità: e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.

Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tutta la politica interna dirizzò a mascherare l'usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di Cesare, e per natura alieno dall'impetuosa ambizione che si compiace a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè spegnerli lentamente, pose ogn'arte in persuadere al popolo che egli nulla mutava, mentre di tutto s'impadroniva; rispettar le forme onde più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento lo spirito repubblicano, che altrimenti nell'opposizione si sarebbe rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo, tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e concentrare in sè le attribuzioni del senato, de' magistrati, delle leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond'egli tiensi pago a quello d' imperatore, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè tampoco il nome di signore[288] sopportava: lo pregavano d'assumere il supremo potere? egli a ginocchi supplicava ne lo dispensassero; finalmente l'accettò per dieci anni, allo scorcio de' quali si rinnovò la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.