In quarantaquattro anni d'amministrazione non abusò dell'assoluto potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo, nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori di bastonarli quand'anche non piacessero: pure, udito che un di costoro tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l'ebbe richiamato ad istanza del popolo.

Blandì l'orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovi la piazza e il tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio, l'Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello, e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro, fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d'Augusto, ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo consolidava; del che s'accôrse l'attore Pilade, quando disse: — Sta di buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo ampliata da Aureliano, non era più vasta dell'odierna, la quale gira da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere agl'incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono importanza il prefetto della città e quello dell'annona, cariche rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj, cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca del doppio.

Di settantasette anni (14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza attendere la risposta, — Battetemi le mani».

Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva, conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de' tardi suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d'esser chiamati augusti. L'influenza d'un regnante bisogna cercarla non nei primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l'autorità, e persuadere al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell'amministrazione si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie azioni, insigne e forse unico monumento della storia d'un mezzo secolo narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio della posterità si presenta senza apprensioni[311].

Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la scarsezza dell'aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell'impero i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegli ultimi vent'anni. Al popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori, illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de' suoi nemici. Al testamento aggiunse una statistica dell'impero, istruzioni relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia; battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai morire».

FINE DEL TOMO SECONDO

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