Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli Tiberio non so che dicerie e lamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch'io per dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose soltanto d'uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore d'un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare, quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo (4 d. C.), tramava con primarj personaggi, Augusto l'ebbe a sè, gli si mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore; la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava, rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino; godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani d'una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo perduto la flotta, insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l'effigie in processione.

Anche l'amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto. Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo, appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il reo è sul punto d'essere condannato, quando apre il tesoro al suo padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all' ammirazione de' Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè il mestiero di re da veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in casa, senz'altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la casa che era stata dell'oratore Ortensio, nè v'aveva altri ornamenti o giojelli, che una tazza murrina, stata de' Tolomei; accettava inviti anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e' gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza». Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi, e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose d'essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato un sostituto?» ed egli l'assistette in persona. Parco nel concedere la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in cenci, gemette che Romanos rerum dominos, gentemque togatam fossero ridotti a tali strettezze.

L'affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore, ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon'acqua». Correndo un'epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue come chi abbassasse gli occhi quand'egli il fissava in viso, quasi abbagliato dallo splendore che usciva da' suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero; pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non lasciassero accorgere che l'eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco, colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare gl'impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d'aver a Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch'e' tacesse, il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l'amicizia mia t'abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio l'encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da lui introdotta, e della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone, a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia, e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo, che la salute sua stava in quella d'Augusto, che egli solo avea saputo incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era da tanto da riparare poc'a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si brighi di filosofia o d'eloquenza forense; se il capo di Cicerone è necessario all'ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio l'offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall'adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s'avventino ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d'ingiusti; tutti sanno che non è se non un'arte degli emuli, uno spettoramento de' giornalisti: la moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all'altro, — Tu scannasti mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l'eredità legittima de' miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno del silenzio che le ammorzi. In conseguenza Augusto fece rei d'alto tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di pubblicarne l'elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d'Alessandria, eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato di non comparirgli avanti; ond'esso brucia le storie contemporanee, e intraprende studj più sicuri sui fasti d'Alessandro, come gli accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori, applausi e cortesie. Augusto l'ebbe amico, e seco in tutta segretezza recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa Postumo, alla cui vista s'intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea poter vantarsi d'aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie, questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva alle echeggiate lodi de' cortigiani, i quali narravano ch'e' salutava in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la grazia; che di Cicerone disse, — E' fu grand'uomo ed amante la patria»; di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore delle prische virtù?[307] A differenza di altri vincitori, che credono rendersi facile il governo coll'avvilire il loro popolo e cancellarne le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede, ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl'incendj, espiava colla pietà e coll'innocenza i delitti degli avi, tornava l'antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole somigliante ( Orazio ). Era dunque naturale che proclamassero divino colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della potenza in terra, accettò d'essere dichiarato dio.