Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza (8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v'ottenne.
Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati (6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria, era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.
Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.
Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso ( Hastenbeck ) (16) riportò segnalata vittoria su Erminio.
Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest' immensa maestà della pace romana, che in somma significava un'incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.
Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.
Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso al talamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza donna, o morto senza prole».
Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.
Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene ragioni si attribuì l'averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava, diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee, insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli occhi[302]. I suoi adulterj dapprima furono spedienti onde insinuarsi nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il potere supremo. L'amicizia per Mecenate nol rattenne dall'amoreggiarne la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.
Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa, Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l'amor proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante occasione per togliervi la vita?» L'argomento era efficacissimo per Augusto; se n'abbia fatto senno, non sappiamo.