Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse a provincie la Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la gente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde il conto tornerebbe a cenventi milioni d'abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.

Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela ( Domodossola ) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione della Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava, l'alpi Carniche, il monte Cetio ( Kahlengebirge ) e il Danubio; all'est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria ( Aosta ), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.