Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune, ma li darebbero i pretori a spese dell'erario; non combattimenti di gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l'anno, e i combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.

Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio, dava voto anch'egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d'ogni anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo rappresentante avea compito.

Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d'inoperosa apparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano adombrati dal præfectus urbis; i decreti uscivano in nome del senato e del popolo quirite, ma li faceva l'imperatore. Questa maschera applicata alla servitù impedì ch'egli mettesse limiti costituzionali ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che prevenisse l'abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè il prefigger misura a' suoi successori avrebbe mostrato ch'egli non ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il resto.

Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa militare[292], distinta dall'erario dello Stato: di quella disponeva a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità e l'ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava l'ammontare de' tributi e lo stipendio de' governatori.

Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani: come sarebbe stata l'imposta ch'egli suggeriva su tutti i liberi dell'impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato; laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a scapito de' tributarj, e ne conseguiva l'accumularsi di cittadini nella capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza, del quale poi furono prodighi i suoi successori.

L'esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto, sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla e Antonio l'avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò, ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i possessori più non temessero d'essere spropriati affine di compensare i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di cui dare a questi le retribuzioni.

Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza dell'interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno; tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi. Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque sul Danubio, quattro all'Eufrate, una nell'Africa, tre nella Bretagna recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità de' proprj Stati: quasi senz'armi rimanevano la Spagna, l'Italia, l'Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino: una flotta stanziava a Ravenna per vigilare la Dalmazia, la Grecia, le isole e l'Asia: un'altra a Miseno con quindicimila marinaj per custodire la Gallia, la Spagna, l'Africa e le provincie occidentali, sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell'annona e de' tributi. A speciale custodia dell'imperatore e della città vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre coorti urbane[293].

In questo fatto all'imperatore non facea mestieri di riguardi. In lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando solo cittadini, quasi per annodare l'Ordine civile col militare, sicchè i soldati si ricordassero d'esser cittadini, e i cittadini si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino, cioè all'imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il disarmare il popolo e soggettarlo all'esercito, in quel sistema tutto militare che rese possibile la sfrenata potenza de' Cesari successivi.

Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non trionfò che l'imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe immortale.