104. Tutior at quanto merx est in classe secunda!
Libertinarum dico, Sallustius in quas
Non minus insanit, quam qui mœchatur...
Orazio, Ep. II. 46.
105. Ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quæ vita, qui mores fuerint, per quos viros, quibusque, domi militiæque, et partum et auctum imperium sit; labente deinde paullatim disciplina, veluti desidentes primo mores sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire cœperint præcipites, donec ad hæc tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, pervenutum est. Præfatio.106. Ea belli gloria est populo romano, ut, quum suum, conditorisque sui parentem Martem ferat, tam et hoc gentes humanæ patiantur æquo animo, quam et imperium patiuntur. Ivi.107. Quæ ante conditam, condendamque urbem, poeticis magis decora fabulis, quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec affirmare nec repellere in animo est... Datur hæc venia antiquitati, ut, miscendo humana divinis, primordia, urbium angustiora faciat. Ivi.108. Fa che un legato romano vada agli Etolj alle Termopile, sgarrando le parole di Polibio ἐπὶ τὴν τῶν Θερμικῶν σύνοδον, che indicano la città di Termi in Etolia. Un trattato co' Macedoni, riferito esattamente da Polibio, è franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio, dando le ragioni per cui preferisce l'una: poi in appresso adotta l'altra senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell'indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti; come per es. i trattati di federazione o di pace (lib. XXI. 2; XXIII. 33; XXVI. 24; XXIX. 11. 12; XXX. 37. 45; XXXIII. 30; XXXIV. 35; XXXVIII. 9. 38); i fasti e gli annali de' magistrati; i libri lintei riposti nel tempio di Moneta ( IV. 7; XIII. 20. 23; IX. 18. 38; XXXIX. 52); le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne' tempj ( II. 33; IV. 20; VI. 29; X. 2: XL. 52; XLI. 28); gli elogi funebri e i titoli delle immagini de' maggiori ( IV. 16; VIII. 40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti; le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali; e la scoperta del senatoconsulto de' Baccanali attestò ch'e' lo avesse veduto, giacchè spesso adopra le parole medesime.109. Inter bellorum magnorum... curas, intercessit res parva dictu, sed quæ studiis in magnum certamen excesserit. A principio del lib. XXXIV.110. Lib. XLIII. c. 13.111. Lib. II. c. 1.112. Formo questa voce sull'esempio di Tullio, il quale (ad Attico, lib. IX. ep. 10) scriveva: Hoc turpe Cnejus noster biennio ante cogitavit: ita syllaturit animus ejus, et proscripturit.113. Sallustio fu protetto da Cesare, contrariato da Catone: or ecco come ne parla: — Dopo che per lusso e negligenza la città fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo tempo non produsse veruno di grande qualità: ma a ricordo mio, di virtù somma, di costumi diversi vissero Porcio Catone e Giulio Cesare. Stirpe, età, eloquenza ebbero quasi pari, pari magnanimità e gloria. Cesare si reputava grande per benefizj e largizioni, Catone per integra vita; quegli s'illustrò per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la severità: Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquistò gloria senza nulla largire: uno rifugio ai miseri, l'altro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesare erasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d'essere donata; ambiva per sè un gran comando, un esercito, una nuova guerra, dove il suo merito sfolgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severità; non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse cogl'innocenti: e quanto meno la gloria agognava, tanto più essa lo seguiva».114. Monstrum activitatis; Cicerone. Nil actum credens si quid superesset agendum; Lucano.115. Χρηματοποιὸς ἀνὴρ ἐγένετο, δύο τε εῖναι λέγον τὰ τὰς δυναστείας παρασκευάζοντα καὶ φυλάσσοντα καὶ ἐπαύξοντα, στρατιώτας καὶ χρήματα. Dione, XLII. 49.116. Tullio lo colloca fra i migliori storici di Roma, ed aveva descritto la guerra degli Alleati e il consolato di esso Tullio. Dione ( XXXIII. 1. 7) descrive meglio d'ogni altro il consolato di Cesare.
Questi tempi sono bene illustrati dal tedesco Drumann, Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica alla monarchia: ossia Pompeo, Cicerone, Cesare, e i loro contemporanei per ordine di genti, 1830-38.
117. Con quella erudizione passionata e quella ostinata logica, con cui i Tedeschi acconciano ad ogni caso un sistema che abbiano prefisso, testè Holtzmann volle mostrare che Celti e Germani sono un popolo solo ( Kelten und Germanen. Stuttgard 1855). La quistione si annette alla storia nostra in quanto concerne le popolazioni galle o celtiche, da cui fu abitata la contrada settentrionale d'Italia. Ora Holtzmann, analizzando le poche voci e i nomi proprj trasmessici dagli storici antichi, li trova tutti germanici, nè in verun modo bretoni o gallesi; come ambacti, bracca, druido, gesum, sparus, Vercingetorix, Brennus, Sigomarus, Bojorix, Critognatus, ecc.; e le terminazioni di paesi in dunum e durum derivanti da tun siepe, villa, e tor rôcca. Nell'Italia settentrionale non si trovano traccie di voci celtiche, fino per confessione di Diez, autor recente del Dizionario delle lingue romancie. Avvertenza a coloro che facilmente si buscano fama d'eruditi coll'asserire alcuni veri, dissimulando o ignorando quelli che vi contraddicono.118. Cicerone, ad fam., VII. 7, 8, 9. Lucano ( Phars., II. 572) cantò: Territa quæsitis ostendit terga Britannis. Dione narra che tutta la fanteria fu rotta, e sarebbe andata a sterminio se non accorreva la cavalleria. Orazio e Tibullo in molti passi riguardano la Gran Bretagna come indomita. Non fu dunque tale spedizione tanto gloriosa come la fa Cesare ne' suoi Commentarj.
Quasi ad appoggiare la possibilità dell'antichissima trasmissione orale delle poesie d'Ossian, ultimamente si scopersero altre poesie di bardi gallesi, mentosto della Scozia e dell'Irlanda che del principato di Galles; ove, tra altre cose, allo sbarco di Cesare in Bretagna si dà per motivo il suo amore per la figlia d'un re, ch'egli avea veduta nelle Gallie.
119. Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse. Irzio, 44.120. Plutarco in Cesare, 15: Πόλεις μὲν ὐπὲρ ὀκτακόσιας κατὰ κράτος εἷλεν, ἔθνη δὲ ἑχειρώσατο τριακόσια μυριάσι δὲ παραταξάμενος κατὰ μέρος τριακοσίαις, ἑκατὸν μὲν ἐν χερσὶ διέφθειρεν, ἄλλας δὲ τοσαύτας ἐζώγρησε.121. De provinciis consularibus.122. Epistola non erubescit. Ardeo cupiditate incredibili, neque, ut ego arbitror, reprehendenda, nomen ut nostrum scriptis illustretur et celebretur tuis: quod etsi mihi sæpe ostendis te esse facturum, tamen ignoscas velim huic festinationi meæ... Non enim me solum commemoratio posteritatis ad spem immortalitatis rapit, sed etiam illa cupiditas, ut vel auctoritate testimonii tui, vel indicio benevolentiæ, vel suavitate ingenii vivi perfruamur.... Nos cupiditas incendit festinationis, ut et ceteri, viventibus nobis, ex literis tuis nos cognoscant, et nosmetipsi vivi gloriola nostra perfruamur. Ad fam., v.123. Res eas gessi, quarum aliquam in tuis literis et nostræ necessitudinis et reipublicæ causa gratulationem expectavi... Quæ, cum veneris, tanto consilio, tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo majori quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Lælium, facile et in republica et in amicitia adjunctum esse patiare. Ivi.
Già scrivendo contro Verre (v. 14) esclamava: — Dei immortali! qual divario di mente e d'inclinazione fra gli uomini! così la stima vostra e del popolo romano approvi la mia volontà e speranza, com'io ricevetti le cariche in modo da credermi legato per religione a tutti i doveri di quelle. Fatto questore, reputai essa dignità non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s'un teatro a spettacolo di tutto il mondo; onde mi negai ogni cosa che è reputata piacevole, non solo a straordinarj appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto del quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che devo fare santissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera; colla solennità degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana; compiere colla massima dignità e religione i giuochi antichissimi che si dicono romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva; che mi è data a difendere la città tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e l'attenzione di queste cose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferir il suo parere, la toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per conservare la memoria alla posterità».