GNEIVS POMPEIVS MAGNVS IMPERATOR BELLO TRIGINTA ANNORVM CONFECTO FVSIS FVGATIS OCCISIS IN DEDITIONEM ACCEPTIS HOMINUM CENTIES VICIES SEMEL, CENTENIS OCTOGINTA TRIBVS MILLIBUS DEPRESSIS AVT CAPTIS, NAVIBVS SEPTINGENTIS QVADRAGINTA SEX. OPPIDIS CASTELLIS MILLE QVINGENTI VIGINTI OCTO IN FIDEM RECEPTIS. TERRIS A MÆOTIS LACV AD RVPRVM MARE SVBACTIS. VOTVM MERITO MINERVÆ.
56. In hanc rem constat Catonis præceptum pene divinum, qui ait: Rem tene, verba sequentur. Così nell' Arte retorica di Giulio Vittore, scoperta dal Maj.57. Hominis, ut opinio mea fert, nostrorum hominum longe ingeniosissimi atque eloquentissimi. Pro Fontejo.58. Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, cœnandi magistros. Puto enim te audisse... illos apud me declamitare, me apud illos cœnitare. Ad familiares, IX. 16.59. De officiis, II. 10.60. In Bruto, 19.61. Cicerone fa così narrare il fatto da esso Antonio: — Non vogliate credere che nella causa di Manio Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure d'antichi eroi, o i favolosi loro travagli, nè a sostenere un personaggio da scena, ma a parlare in mia propria persona, far potessi quel ch'ho fatto per conservare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo ch'io mi ricordava essere stato console, un generale d'eserciti, cui il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vederlo, dico, sbattuto, costernato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per movere gli altri a compassione, ch'io mi sentii tutto intenerito. Mi accôrsi allora veramente della straordinaria commozione de' giudici, quando quell'afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta sul petto, e mostrai le cicatrici: il che non fu effetto di arte, ma sì d'una gagliarda commozione d'animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedente, che colle lacrime sue più compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorchè a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone l'ajuto per la causa comune di tutti i capitani; questi tratti patetici, e l'invocar ch'io feci tutti gl'iddii e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati; e per quanto avess'io saputo dire, se detto l'avessi senz'esserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori». De oratore, II. 45.62. Svetonio, De claris rhet., II. Conyers Middleton nella Vita di Cicerone dà la storia di quel tempo, ma soverchiamente parziale al suo eroe. Prima ancora, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quæstura et M. T. Ciceronis historia, in bel latino difendendo l'Arpinate da Dione e Plutarco, tediando però coll'uso d'un'allegoria perpetua secondo i tempi, giacchè suppone che un questore presenti le azioni di Cicerone in forma di moneta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio di quest'età non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone stesso, principalmente al modo che le ordinò e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schütz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistolæ ad Atticum, ad Quintum fratrem, et quæ vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine dispositæ, ecc., ristampate a Milano in 12 vol. in-8º colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicéron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Panckoucke, Parigi 1835: e nel 1842 si pubblicò Cicéron et son siècle par A. F. Gautier. A Leyda si stampò una biografia di Tullio, scritta da W. Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo M. T. Ciceronis commentarii rerum suarum, seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quæque annum referuntur quæ in his commentariis memorantur. Una ho posta io negli Italiani Illustri.63. A Tirone liberto di Tullio attribuiscono l'invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che poi quest'ultimo scrivesse le orazioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et præeteritis, orationes scribimus, num irati scribimus? Tuscul., IV. 25. Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur. Brutus, 24. Nei momenti d'ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di mettere la stessa a due diversi lavori. Nunc negligentiam meam cognosce. De gloria librum ad te misi; at in eo proœmium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proœmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliquod σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi etc. Ad Attico, XVI. 6. Un'altra disattenzione sua ci occorre nel lib. V De finibus, ove finge che gl'interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch'egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli.64. Che Cicerone riponesse in ciò la finezza dell'arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. Brutus, 91.
«Cicerone (diceva Apro nel Dialogo Della corrotta eloquenza, che si attribuisce a Tacito) fu il primo a parlar regolato, a scerre le parole e comporle con arte; tentò leggiadrie; trovò sentenze nelle orazioni che compose sull'ultime, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto conoscere il meglio, perchè l'altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude, s'altera tardi, si riscalda di rado, pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti; è quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco e lustro».
65. Ego quia dico aliquid aliquando, non studio adductus, sed contentione dicendi aut lacessitus: et quia, ut fit in multis, exit aliquando aliquid, si non perfacetum, attamen fortasse non rusticum, quod quisque dixit, id me dixisse dicunt. Pro Plancio.66. Pro Cæcina; De finibus, III e I; De nat. Deorum, I; Tuscul., II.67. Cicerone, Brutus, 64.68. Pro Murena.69. De legibus, I. 5. 6; De repub., III. 17.70. I. 22. 23.71. Quartum quoddam genus reipublicæ maxime probandum esse sentio, quod est ex his quæ primo dixi moderatum et permixtum tribus... Placet esse quiddam in republica præstans et regale: esse aliud auctoritati principum partum ac tributum: esse quasdam res servatas judicio voluntatique multitudinis. — Ecco l'idea dei tre poteri, però già accennata dal pitagorico Ippodamo, poi attuata dai popolani moderni.72. Cicerone, in Verrem, II.73. Lo stesso, ivi.74. Parmi questo il concetto che ragionevolmente esce dalle ampollose lodi di Marco Tullio: Sic porro homines nostros diligunt, ut his solis neque publicanus, neque negotiator odio sit. Magistratuum autem nostrorum injurias ita multorum tulerunt, ut nunquam ante hoc tempus ad aram legum, præsidiumque vestrum publico consilio confugerint... Sic a majoribus suis acceperunt, tanta populi romani in Siculos esse beneficia, ut etiam injurias nostrorum hominum perferendas putarent. In neminem civitates ante hunc (Verrem) testimonium publice dixerunt: nunc denique ipsum pertulissent si etc. Ivi.75. Se Cicerone espone il vero, i Siciliani usavano un calendario ben rozzo, giacchè per mettere in accordo i mesi solari coi lunari, aggiungevano o toglievano uno o due giorni, facendo più breve o più lungo il mese. Est consuetudo Siculorum, ceterorumque Græcorum, quod suos dies mensesque congruere volunt cum solis lunæque ratione, ut nonnumquam si quid discrepet, eximant unum aliquem diem, aut summum biduum ex mense, quos illi ἐξαιρεσίμους dies nominant; item nonnunquam uno die longiorem mensem faciunt, aut biduo. Ivi.76. Cicerone si scusa dell'attribuire importanza a pitture e sculture. Dicet aliquis: Quid? tu ista permagno æstimas? Ego vero ad meam rationem usumque non æstimo; verumtamen a vobis id arbitror spectari oportere, quanti hæc eorum judicio, qui studiosi sunt harum rerum, æstimentur, quanti venire soleant, etc. Ivi, IV. E vedi il nostro Cap. XLII.77. Cicerone, De provinciis consul., IV.78. Un libro intero della sua azione contro Verre aggirasi sui lavori di belle arti da costui rapiti; ed è prezzo dell'opera il leggerlo, sì per informarsi di tante opere insigni, sì per conoscere le maniere con cui esso le occupò; tra queste un Apollo ed Ercole di Mirone, un Ercole dello stesso, un Cupido di Prassitele. Nelle Memorie dell'Accademia francese di belle lettere, tom. IX, Fraugier inserì una dissertazione, intitolata La galleria di Verre.79. Scyphos sigillatos... phaleras pulcherrime factas... attalica peripetasmata... pulcherrimam mensam citream.80. In Verrem, V. 3.81. Tito Livio, vi; Strabone, vi.82. A Gellio, xvi. 13: Tacito, Ann., XIV. 27; Maffei, Verona illustrata, V; Denina, Rivoluzioni d'Italia, II, 6.83. Τότε μὲν πολίχνια, νῦν δὲ κώμαι, κτῆσεις ἰδιωτῶν. Strabone, v.84. Is exercitus noster locupletium. Ad Attico.85. Poi al contrario negli Uffizj: Tiberius enim Gracchus tamdiu laudabitur dum memoria rerum romanarum manebit; at ejus filii nec vivi probantur bonis, et mortui numerum obtinent jure cæsorum. E nell'orazione De harusp. resp.: Tiberius Gracchus convellit statum civitatis: qua gravitate vir? qua eloquentia? qua dignitate? nihil ut a patris avique Africani præstabili insignique virtute, præterquamquod a Senatu desciverat, deflexisset. Secutus est Cajus Gracchus: quo ingenio? quanta vi? quanta gravitate dicendi? ut dolerent boni omnes, non illa tanta ornamenta ad meliorem mentem voluntatemque essent conversa.86. «Vi fanno vendere i campi di Attalo e degli Olimpeni, aggiunti al popolo romano dalle vittorie di Servilio, fortissimo uomo: poi i regj campi di Macedonia, acquistati dal valore di Flaminino e di Paolo Emilio: poi la ricca e ubertosissima campagna corintia, unita alle rendite del popolo romano dalla fortuna di Lucio Mummio; quindi i terreni della Spagna, posseduti per l'esimia virtù dei due Scipioni; poi la stessa Cartagine vecchia, che spogliata di tetti e di mura, o por notare la sciagura de' Cartaginesi, o per testimonio della nostra vittoria, o per qualche religioso motivo, fu da Scipione Africano ad eterna memoria degli uomini consacrata. Vendute queste insegne, ornata delle quali i padri vi trasmisero la repubblica, vi faranno vendere i campi che re Mitradate possedette nella Paflagonia, nel Ponto, nella Cappadocia; e non pare che inseguano l'esercito di Pompeo coll'asta del banditore, costoro che propongono di vendere i campi stessi dov'egli or agita la guerra?» De lege agraria, I.87. Macrobio, Saturn., II. 10. Vedi le orazioni contro Rullo e Pisone.88. Se ne vantò molti anni dipoi, Ego adolescentes fortes et bonos, sed usos ea conditione fortunæ, ut, si essent magistratus adepti, reipublicæ statum convulsuri viderentur ... comitiorum ratione privavi. In Pisonem, II. Quel Cicerone che aveva rinfacciato a Rullo di ratificare le usurpazioni di Silla, tre anni dopo sosteneva la legge portata dal senato che confermava i possessi sillani, e che autorizzava a vendere le gabelle per comprare possessi a nuovi coloni ( ad Attico, I. 19); e per far grato a Pompeo, sostenne la rogazione di Flavio.89. Quicumque aliarum ac senatus partium erant, conturbari rempublicam, quam minus valere ipsi volebant. Sallustio, Catil., 57.90. Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen. Virgilio, Æn., V. 121.91. Plinio, lib. VII. c. 28.92. Tum enim dixit, duo corpora esse reipublicæ, unum debile infirmo capite, alterum firmum sine capite; huic, cum ita de se meritum esset, caput se vivo non defuturum. Cicerone, pro Murena, 25.93. Così lo fa parlare Cicerone, pro Murena, 25.94. Sallustio attribuisce quest'accusa all'astuzia degli amici di Cicerone. Nonnulli ficta hæc et multa præterea ab iis existimabant, qui Ciceronis invidiam leniri credebant atrocitate sceleris eorum qui pœnas dederant. Pure Dione Cassio pone espresso che si scannò uno schiavo, e proferita la formola del giuramento, Catilina la confermò prendendone in mano le viscere, e dopo lui i complici: παῖδα γάρ τινα καταθύσας, καὶ ἐπὶ τῶν σπλάγχνων αὐτοῦ τὰ ὄρκια ποιήσας, ἔπειτα ἐσπλάγχνευσεν αὐτὰ μετὰ τῶν ἄλλον: XXVII. 30. Niente di strano in quest'atto, derivante dalla comune credenza del potere misterioso del sacrifizj umani.95. Credo a Sallustio e a Cicerone più che a Plutarco, il quale (in Cicer., 16) gli dà trecento seguaci armati e i fasci consolari.96. Illa lata insignisque lorica. Pro Murena, 25.97. Ξίφη δὲ, καὶ στυππεῖα, καὶ θεῖον, dice Plutarco: ma Cicerone non parla che di armi.98. Catilinaria, I, 2.99. Ab omni judicio pœnaque provocare licere, indicant XII Tabulæ compluribus legibus, dice Cicerone, De rep., II. 31.100. Livio, iii. 55.101. Leges præclarissimæ de XII Tabulis translatæ, quarum altera de capite civis rogari nisi maximo comitatu vetat. Cicerone, De legibus, III. 29.102. In Pisonem. Il racconto nostro deve aver mostrato le incertezze che rimangono sopra la natura e l'estensione di quella congiura. Ne abbiamo testimonianze incidenti di molti; più estese, sebbene tarde, di Appiano, Dione Cassio, Plutarco e Svetonio, che tutti danno qualche particolari; contemporanee quelle di Sallustio nella Catilinaria, e di Cicerone nelle famose arringhe. Sallustio era devoto a Cesare, e scriveva per arte più che per istudio di verità; e come avverso a Cicerone, non disfavorisce troppo Catilina, sebbene ostenti morale col disapprovarne i vizj. Cicerone è un regio procuratore, che vuole mostrar rei gli accusati. Se ci restassero la storia del suo consolato e le lettere sue di quel tempo, ne trarremmo certo maggior lume che da passionate arringhe. Delle Catilinarie moderni filologi impugnano l'autenticità, or di alcuna, or di tutto, scoprendone cattiva la latinità, infelice l'arte, e dichiarandole opera di retore. Gli eccessi della critica ci movono a sdegno collo strapparci quelle ammirazioni che nutriamo fin dalle prime scuole: pure è forse vero che le da noi possedute non sono proprio le recitate da Tullio, sebbene si sappia ch'egli medesimo aveva introdotto nel senato gli stenografi. Ad ogni modo, tanta vi appare la cognizione de' fatti speciali, degli usi, delle leggi, tanta la corrispondenza con altri passi di Tullio e nelle orazioni e nelle lettere, che sarebbe assurdo l'attribuirle a qualche frate del medioevo, o a qualche retore posteriore; il farne merito a Tirone, il celebre liberto e secretario di Tullio, se pregiudicherebbe al concetto artistico, non diminuirebbe la loro validità storica.
Esso Cicerone dà Catilina come un mostro nelle Catilinarie; ma nell'orazione pro Rufo lo imbellisce: — Voi non avete dimentico come egli avesse, se non la realtà, l'apparenza delle maggiori virtù. Circonda vasi d'una banda di perversi, ma affettavasi devoto alle più stimabili persone. Avido della dissolutezza, con non minor ardore si conduceva al lavoro ed agli affari. Il fuoco delle passioni struggeva il suo cuore, ma piacevasi altrettanto delle fatiche guerresche. No, mai cred'io sia esistita al mondo una mescolanza di passioni e gusti tanto differenti e contrarj. Chi meglio di lui seppe rendersi gradito a' personaggi più illustri? qual cittadino sostenne talvolta una parte più onorevole? Roma ebbe mai nemico più crudele? chi si mostrò più dissoluto nei piaceri, più paziente nelle fatiche, più avido nelle rapine, più prodigo nel largheggiare? Ma il più mirabile in costui era il suo talento d'attirarsi una turba d'amici, d'allacciarseli con compiacenze, di partecipar loro quanto possedeva, di fare a tutti servizio col proprio denaro, col credito, colle fatiche, fin col delitto e coll'audacia; di padroneggiare il suo naturale, acconciarlo a tutte le circostanze, piegarlo, raffazzonarlo in tutti i sensi; serio cogli austeri, gajo cogli allegri, grave coi vecchi, amabile coi giovani, audace cogli scellerati, dissoluto coi libertini. Mercè di questo carattere flessibile e accomodante, erasi attorniato d'uomini perversi e arditi, come anche di cittadini virtuosi e fermi, colle sembianze d'una virtù affettata.... La colpa d'essergli stata amico è comune a troppi, ed anche ad onestissimi. Io stesso fui ad un punto di restare ingannato da costui, credendolo buon cittadino, zelante degli uomini onorevoli, amico devoto e fedele».
Sulla congiura di Catilina fecero riflessioni in senso diverso, oltre gli storici, Saint-Evremond, Saint-Réal, Mably, Gordon, Montesquieu, La Harpe, Vauvenargues, Napoleone ( Mém. de Ste-Hélène, 22 marzo 1816). Una buona storia tessè Sérant de la Tour: e a tacere quella debole di un anonimo, una completa ne pubblicò pur ora Prospero Mérimée, Études sur l'histoire romaine. Crébillon e Voltaire in Francia, Ben Johnson in Inghilterra, ne trassero soggetto di tragedia: oltre il dramma giocoso di Giambattista Casti. Gomont, traducendo poc'anzi in francese la Catilinaria di Sallustio, si credette in dovere di protestare che non faceva allusione a fatti odierni.
103. Et verba antiqui multum furate Catonis
Crispus, romana primus in historia.
Marziale.
Quintiliano dà per esempio di grecismo vulgus amat fieri. Svetonio, nelle Vite dei grammatici, riferisce che Sallustio fece dal greco filologo Attejo raccorre arcaismi ed aneddoti per farcirne il suo racconto. Vedi De Sallustio Catonis imitatore, per Fr. Deltour. Parigi 1859.