Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza; nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di quelle che s'impongono a nome della libertà.
In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes ( Piétola ) presso Mantova, educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico, della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82].
Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le Georgiche, capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. Nelle Bucoliche copia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di famiglie[83].
Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84], aggiungendovi finezze tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il pensiero e l'espressione.
Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea. I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero; l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla generosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là erasi fatto di meglio.
E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, il cui carme sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo, i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o quelle d'Ottaviano, come fece Cotta nella Farsaglia: ma la vicinanza delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare l'umanità.
Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici, rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi, Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di Roma, mettendoli a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi i Fasti d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i prischi nomi dei luoghi[87].
Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano, avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da' suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell' Odissea e le guerre dell' Iliade, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta però che la musa gli canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto.
A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea, giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza. Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto, sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e del tempo de' semidei.
Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze.