Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare in opinioni meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto, non approfondiscano nulla; principalmente persuadano che il godere la vita, usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose di mezzo alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio tanto più efficace, quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che sì breve doveano durare.

Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio e Virgilio. Il liberto padre di Quinto Orazio Flacco da Venosa (66-8 a. C.), lo fece accuratamente educare col magro camperello; si trasferì egli medesimo a Roma, e cercò un impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè il figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i patrizj, e per vesti e servi non discomparisse dagli altri. Esso padre lo vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupilio Orbilio, che spoverito dalle proscrizioni, s'era messo soldato, poi grammatico, e che severamente educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua.

Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì inferiori ai Greci, e massime ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale, politica, tutto, siccome avviene dei libri che spesso si rileggono.

Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una legione[70] nelle file pompejane, come la gioventù che imita, non sceglie: ma nella giornata di Filippi gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose, toltogli dai soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere, si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, reso audace dalla povertà[71]: e se fosse perdurato in questo eroismo negativo, sarebbe riuscito inopportuno come Catone, mentre invece si immortalò coll'accostarsi ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse freddamente questo partigiano di Bruto; ma conosciutone l'ingegno, se lo guadagnò, e presentollo ad Augusto. In quel vivere pubblico sul fôro, al portico, nel campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche in gran diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale e tollerante, divenne amico senza invidia e senza bassezza del buon Virgilio, come del dovizioso Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena, dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando tante ce n'era da distribuire, confiscate, occupate militarmente, vacanti per padroni uccisi.

E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta s'intitolava superbo e allora solitario ( vacuum Tibur ), bastante al lavoro di cinque famiglie[72], ebbe Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni, gustando il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre a sè le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; tanto scarco d'ambizione e aborrente da legami, che nè tampoco volle essere segretario di Augusto: ma alle lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne il poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto uno strale per ogni evento; per celebrar natalizj o vittorie de' nipoti del suo padrone, da buon Romano esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che il sole non potesse veder cosa più grande di Roma[73].

Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di bronzo.

Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò via a Filippi, e chiama se stesso un ciacco delle stalle d'Epicuro, mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè, come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli, predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva disteso l'oblio.

E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro. In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi, ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo che guida la sua composizione: in Pindaro è un onore pe' vincitori l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se stesso[76]; e poichè scrive all'occasione di avvenimenti giornalieri, generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelle Epistole e nelle Satire, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili versi.

La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio. Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario, che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento, esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implora le cene e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue satire invecchiò[78].

L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola Dell'arte poetica; componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse ancora dalla morte consacrato[81]; al censore cianciero e petulante attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti.