Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora, quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!»
E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una intestata spada, l'altra pugnale; tagliare l'istmo di Corinto; fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario.
— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi, e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono portarle l'annona.
In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e' limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie, misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio, ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne' testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta, chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de' più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico; io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».
Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia, moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo facessero presto.
I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità; i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro, compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà: libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni? E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia.
Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato, e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati, i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano: nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea, immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni, poi si volse a corteggiare e adorar Claudio.
Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de' sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe: sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava — Quel poveretto ( misellus )», e tutto cuore com'era pei nipoti, scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici, mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento, l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse.
Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre lettere nuove ( V. Appendice I ), che durarono quanto lui: sapeva delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni, liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco. Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi, e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la fortuna sel teneva in petto.
Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli, Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia. Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio, Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore, «Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio, vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe non pregiudichino al fogliame.