Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina, era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava. In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra, ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più ragione».

E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e lo stilo.

Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto, quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori, almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde, l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto: — Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».

Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la salute[113].

Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi, passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania, minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro.

Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj, vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta, non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò — Chè non viene Messalina?»

Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo; e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina, era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare, dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia. Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de' funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli Dei, tra cui Roma lo adorò.

All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo, senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio; misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento, disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano, suo maestro di retorica.

Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate.

Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida, purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica, scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina, e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei, monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto, scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj, ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone» (59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone dell'impero.