All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si disponeva a trattarla senza riserbi.

Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto. L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo (soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita coll'esiglio.

In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo, chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore dell'Impero.

Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante: l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.

Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici.

Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore, finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito, la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti profumi produce l'Arabia in un anno.

All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa, con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone.

Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, nè per lungo tempo altra pena che questa s'inflisse. Tutti dovettero contribuire alle spese; il senato due milioni di lire, cavalieri e trafficanti in proporzione. D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli assassinj. A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai quel che mi manca; facciamo che nessuno possieda una cosa che possa dir sua». Alla zia Domizia affrettò la morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio, mostruoso ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro i patrizj, esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». Ad alcuni fe grazia perchè Seneca gli disse: — Per quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto di dar morte al vostro successore».

Calpurnio Pisone (65) congiurò per assassinarlo nel palazzo d'oro; ma scoperto, causò un macello. La guardia germanica si sparse cercando gl'imputati, o chi era odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi il poeta Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè lo vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che fattesi aprir le vene, morì di ventisette anni recitando un brano della sua Farsaglia. Fu tra i secondi Seneca, che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato d'autorità, non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque infamata da tante brutture; e con fermezza terminò una vita troppo disforme dalle sue dottrine. La liberta Epicari, messa al tormento, stette al niego, finchè trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro, interrogato perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non conoscevo altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio tribuno: — Nessun soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; presi ad odiarti dacchè ti vidi assassino della madre e della moglie, cocchiere, istrione, incendiario»; risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da nessuno imputato, adempite le funzioni della sua carica, banchettava molti amici, quando gli si annunzia che un tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera, svenato senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima notte si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi furono spesso avvolti nella condanna. I tempj intanto sonavano di grazie, e i prossimi degli uccisi affrettavansi ad ornar di fiori le case, e baciar la mano a Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di ricompense.

Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente raffaccio di tanta contaminazione, avea saputo tacere quando tutti collaudavano; uscì dal senato quando vi si deliberava sul discolpare l'assassinio d'Agrippina; non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva alle scede imperiali; faceva insomma la resistenza che può ogni onest'uomo in qualunque ribaldo governo. Venerato dal popolo e dalle provincie, quando si vide accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore che gli aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse morente, — Poichè (diceva) siamo in un secolo ove importa ingagliardirsi con grandi esempj».