Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia figliuola di questo ricorse agli indovini per sapere qual sarebbe la sorte di suo padre. Gliene fu fatta colpa, e un accusatore al Tribunale le appose d'aver venduto le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali e sbigottita d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, lungo tempo non potè che piangere, poi abbracciando gli altari, — Nessun nume infernale ho io invocato; non feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà di Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il padre. I miei giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica mia fortuna ho dato a tal uopo; data avrei anche la vita e il sangue. Non ho nominato il principe che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». Padre e figlia furon messi a morte.
All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli la natura. Turbini desolarono la Campania, Lione un incendio; la peste mietè trentamila vite in Roma. Varj portenti, e singolarmente una cometa, atterrirono Nerone, il quale, udito che in simili casi volevasi stornare la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi di scannare tutti i senatori, e conferir le provincie e gli eserciti a cavalieri e liberti. Sospese il colpo per nuovi trionfi d'artista, meditando i quali, partì per la Grecia a rivaleggiare co' migliori citaredi (66). Non trae solo l'abituale corteggio di mille vetture, e bufali ferrati d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente, e corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; ma un esercito intero, avente per arma la lira, la maschera comica, i trampoli da saltimbanco. Un inno cantato da Nerone saluta la greca riva; il padrone del mondo le concede tutto un anno di gioja e di feste incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti si celebravano a lunghi intervalli, saranno accumulati in dodici mesi. Egli rappresentò in teatri, gareggiò alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio le decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue d'antichi atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo competitore! vinto in prevenzione, è, ciò non ostante, esposto a tutti i maneggi d'un emulo inquieto; calunniato in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta rapito, quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano contro una colonna e lo sgozzano: ordine del principe.
Travisato da toro, per le strade violava il pudore e la natura; pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie sacre e civili praticate dai Romani; poi volle far nozze con un certo Sporo, e vestitolo da imperatrice col velo nuziale, lo condusse in lettiga per le assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, regalò alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità e sotto un tal uomo, non so che cosa volesse dire nè potesse fruttare.
Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato con sè molte ragguardevoli persone sospette, e per via le fece trucidare. A Corbulone, il più prode suo generale, specchio di modestia, disinteresse e fedeltà, mandò ordine di morire; e quegli esclamando — Lo merito», si trafisse. Molti uccise o condannò perchè coi precetti o coll'esempio disfavorivano la tirannia. Poi udito che la nauseata Italia mormorava sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori in mare, disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». Entrò sul carro trionfale d'Augusto con mille ottocento corone côlte sui teatri, e il senato gli decretò tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; onde un senatore osò proporre si lasciasse qualche giorno anche al popolo per le sue faccende.
La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella sola potea porvi un termine. Giulio Vindice, stirpe degli antichi re d'Aquitania, allora vicepretore nella Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone (67), e centomila provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe potuto ergersi imperatore. Però Virginio Rufo, semplice cavaliere, ma grandemente riverito e allora luogotenente dell'Alta Germania, non soffrì che l'impero si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e de' cittadini, sconfisse Vindice (68) il quale si uccise, ma ricusò lo scettro offertogli dall'esercito vincitore che dichiarava scaduto Nerone.
Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe i giuochi del ginnasio; solo al sentire che Vindice l'avea trattato di cattivo citarista, s'indispettisce, comanda ai senatori di vendicarlo, viene egli stesso a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, ne piglia fausto augurio e coraggio. Pure non osando presentarsi al popolo o al senato, raccoglie ed ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar loro certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare esperimento in teatro, — Se Vindice (soggiungeva) me lo permetta».
Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate vendette alternando secondo le notizie, dovette pur muoversi contro i ribelli; ma ebbe cura di portare strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne aspettavano d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma invece di frumento son cariche di sabbia pe' gladiatori. Il popolo ne infuria, abbatte le statue di Nerone; i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli tolgono fin le coperte del letto e una scatoletta di veleno, preparatogli da quella Locusta che avea, per ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli or chimerizza passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla tribuna commovere il popolo coll'eloquenza imparata da Seneca: agli emuli proponeva gli concedessero la prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero andare, che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto da tutti, egli che avea versato tanto sangue, non possedeva la virtù, sì comune a' suoi tempi, di versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse, e niuno si prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse alla villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro servi appena, ogni tratto in pericolo o in paura. Giuntovi, si fece scavar la fossa, e intanto andava esclamando: — Che grande artista perisce!» Vile fino agli estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che venivano per trarlo alle forche decretategli dal senato, si trafisse, dopo funestato il mondo per tredici anni e otto mesi.
Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse qualcuno, inclinato ad emularli. Ma qui pure può dirsi finita la storia delle insigni famiglie romane. L'aristocrazia patrizia era stata decimata dalle proscrizioni; salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola proseguì, Nerone compì la loro ruina, spogliando e trucidando i ricchi, disonorando i poveri. Quei che sopravissero, terminarono il proprio crollo colla scostumatezza; e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata, pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia traverso alla confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, al vezzo di cangiare i soprannomi.
CAPITOLO XXXIV.
Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.
A questo abbandonarci sulle particolarità della vita d'individui, il lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. In tempi liberi la patria primeggia, e l'uomo in quella s'eclissa: nella monarchia gli occhi del vulgo s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì spesso è vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la vita de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata l'attività. Ciò si scosta affatto dal nostro proposito: ma primamente in quegl'imperatori s'incarna ciò che noi cerchiamo, vale a dire la vita e la società; inoltre abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto differenti tra loro, Svetonio e Tacito.