Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva l'anello d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una statuina appartenuta ad Augusto; e con altrettanta cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari; e come quelle negli armadj, così questi distribuì per categorie di vizj e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che vi danno significazione e valore, non ci rivelano la condizione del principe nè dello Stato: e l'autore, al modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni cosa, non ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; sotto al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone e il terrore e l'ammirazione. Di Cesare non indovina i magnanimi intenti e trasvola le grandi imprese, mentre riferisce le satire e le canzonaccie con cui il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non s'accorge tampoco che da Cesare a Domiziano siasi cambiato il mondo: ma freddo, laconico, ci ritrae il viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, le follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; che mobili avesse in casa, che motti gli uscissero, che oscenità lo dilettassero; ogni cosa senza velo, nè spirito, nè riflessioni.

Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia degl'imperatori, non tanto narrando gli avvenimenti, quanto facendo considerazioni sopra di essi, e più sopra la vita politica e le relazioni del principato col popolo: nessuno per piccolo ne racconta senza risalire alle lontane cause[118] e svolgerne le conseguenze, a rischio di eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e complicate ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo scrutatore dei labirinti del cuore umano, vi penetra per via degl'indizj esterni; primo egli che conducesse la storia a quadri interiori e di costumi, cercando le pareti domestiche non meno che il fôro e il campo, e tutto drammatizzando con inarrivabile abilità. Allevato dai declamatori e dagli stoici, ne contrasse ammirazione per le aspre virtù antiche, passione per la libertà, concepita nelle viete forme patrizie[119], fastidio del depravamento d'un impero, dove si ricordava la libertà e tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose non impedivano una sordida degradazione; e antico originale di moderne finezze politiche, guarda con occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, giudica con una morale indipendente, benchè in tempo che riputavasi più giusto ciò ch'era più forte, id æquius quod validius; alla virtù anche soccombente fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo che la storia non è solo un gran dramma, ma una gran giustizia.

La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta meta propostasi campeggiano in quelle pagine, meditate lungamente, ritemprate dalla sventura, colorite da sublime tristezza; ove piace e giova il vedere un autore, immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in noi qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur colla vita; che uno può esser grande anche sotto principi malvagi; e che tra l'abjetta servitù e la pericolosa resistenza c'è una via scevra di rischi e di bassezze[120]. Colla tetra maestà del suo racconto, colla critica amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, com'era insolito quello stile muscoloso, dove spesso un giudizio è espresso con una sola parola, ed ogni parola ha la ragione d'esser collocata a quel modo, egli ci ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale siamo ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così da trovarla grande quanto l'impero romano.

Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, la Giulia: e quale catena di misfatti in essa! Abuso di adozioni e di divorzj vi mescola sangue e nomi, donne di tre o quattro mariti, imperatori di cinque o sei mogli. Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro: Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è ripudiata, dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al marito Lollia Paolina perchè l'ava di lei ebbe vanto di bellezza, e poco stante la rinvia, proibendole d'accoppiarsi ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine d'uccidersi. Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve ordine di morire, un terzo è ucciso in esiglio. Agrippa Postumo al cominciare del regno di Tiberio, Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a quel di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe.

Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso a lanciare di furia il carro contro un fanciullo; ammazza uno schiavo che non beveva abbastanza; in pieno fôro cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne' giuochi ruba i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita dal genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio lasciata morir di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, perisce in un'isola dopo vent'anni d'esiglio. Giunia Calvina è da Claudio sbandita, per incesto col fratello Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli amanti di tutte queste son mandati a morte, in vigore delle antiche leggi tutrici della moralità. Drusillina di Caligola è con lui trucidata d'appena due anni: Claudio getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver menato donna che fosse d'altri: ma al par di Caligola ebbe cinque mogli, fra cui una Messalina e un'Agrippina, nomi che fin oggi personificano il peggior fondo cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed uccidere Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: una Lepida, parente de' Cesari, gareggia con Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia, violenze, e questa la fa ammazzare.

Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la cripta ove fu trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò consumar dalla fame il giovane Druso, rodendo la borra delle coltrici, ed avventando contro Tiberio imprecazioni, che questi faceva raccôrre per poi ripeterle in senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli tazza, e morì sull'atto; in questo conclavio Agrippina tentò d'amore il proprio figliuolo, che in quel giardino palpò curiosamente il cadavere di essa.

Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo sguardo di tutti, protetti dalla memoria di grandi progenitori. Nè di meglio troveremmo fra altri lari; nella casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di buona morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno o di fame»[121]; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai Cesari l'invito ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina di Locusta, gran tempo strumento importante nel regno[122], ove si veniva a provvedere o filtri per innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la vedovanza e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti uomini quanti schiavi[123], i quali o concertandosi scannano i padroni, o ne denunziano agl'imperatori ogni atto, ogni pensiero.

Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che combattono sul lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. Quando quest'imperatore ripristinò il supplizio de' parricidi, in cinque anni v'ebbe più condanne siffatte che non in molti secoli, e Seneca assicura essersi veduti più sacchi che croci[124]: quarantacinque uomini e ottantacinque donne furono condannati per avvelenamento. Così frequenti ricorrevano i supplizj, che si levarono le statue dal luogo dell'esecuzione, per non essere costretti a velarle ogni momento. Papirio, giovincello di gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla seduzione spinto in tali disordini, che colla morte si sottrasse al rimorso. Lepida, figlia degli Emilj, nipote di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio, di supposta prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli avi commove il popolo contro il marito accusatore: eppure per deposizione degli schiavi è convinta rea, e bandita. Quasi in ogni famiglia (dice Plutarco) v'ha molti esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i fratricidj sono senza numero.

Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, come potea durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i sessi stavano rinfusi nelle prime scuole; nei bagni lavavansi impuberi e vecchi alla mescolata con donzelle e matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate nudità? Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi comici, impudentemente osceni; e gli epigrammi di Marziale erano conosciuti perfin dalle caste Padovane. All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie di Venere[125], alle danze delle cortigiane correnti nude in onor di Flora, assisteva la matrona colla figlia, non meno che ai teatri dove gli spettatori poteano domandare che le attrici si snudassero, o si rappresentavano i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali nozze di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti ottantamila spettatori[126].

I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje tranquille con che il matrimonio compensa i sacrifizj di due cuori onesti, preferivano le tempeste della mercenaria promiscuità o d'un celibato licenzioso. Contro di questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la legge de maritandis ordinibus, che, per singolare testimonianza della sua necessità, porta il nome di due consoli smogliati, Papio e Poppeo. Voleva essa che, se l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non avessero prole, conseguissero la metà solo delle eredità e dei legati, il resto all'erario; per consoli si preferisse chi ricco di figli; chi in Roma ne contasse tre, quattro in Italia, nelle provincie cinque, restasse immune da servizj personali; partorito tre volte, la donna latina divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse sciolta dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, sicchè potesse far testamento, amministrare il suo, adire eredità[127].