Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, lodò quei pochissimi che avevano adempito ai voti della natura e del civile governo, e meritato il nome d'uomini e di padri, e promise loro le cariche principali; i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo la vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il nome degli avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere umano; e li minacciò di gravi ammende se entro un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni così profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? I cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà politiche, resistettero a questa riforma de' costumi, poi la elusero con isposare impuberi, sperdere i concetti, esporre i nati; moltiplicandosi così le vittime, ed empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente cresciuti, da parere un legale adulterio[128]; e a pena davasi un matrimonio incontaminato[129].
Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi ignudi; altre uscivano accompagnate da giovani scostumati; e neppur la castigata lingua del Lazio basta a velare le turpitudini, di cui le imputa Giovenale. Tacito ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi gladiatori, o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj che lo attestano, nol corressero[130]. Nell'anno 19 di Cristo, il senato interdiceva che le vedove, le figlie e nipoti d'un cavaliere romano si facessero matricolare fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e Tacito[131] non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi alle pene della dissolutezza. E poteva di meglio aspettarsi ove regnava la meretrice Actea? ove la meretrice Poppea accusava Ottavia d'adulterio per invaderne il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate come la corona dei papaveri?
L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra volta come carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori abbiam già detto assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa si conduceano belve a dare spettacolo di stragi al popolo, costretto dai tempi alla pace. L'usanza crebbe sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a caccia di leoni, d'elefanti[132], di jene, di coccodrilli, pensando artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione aveano conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, o più veramente colla fame, assoggettavansi le fiere e le avvezzavano a combattimenti o a giuochi bizzarri, come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere colla proboscide, fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata; leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile levarsi a volo con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, nel suo Indice, vantasi d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento fiere nel circo, nel fôro e nell'anfiteatro: ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi anche le donne agli ammazzatori: ne' giuochi di Trajano, durati cenventitre giorni, si diè morte a millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e Probo fece correre mille struzzi ed altri animali in proporzione, nel circo piantato a modo di foresta.
Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non ricordassimo che le fiere combatteano con uomini; se non ci raccontassero gli storici che dal buon Marco Aurelio fu presentato al popolo un leone, educato a mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo ad una voce implorò dall'imperatore gli desse la libertà. Ma fin sul teatro, se rappresentasi l' Incendio dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco alle case, e agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle[133]: con un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove un Laureolo, inchiodato alla croce, è divorato da una belva; in un altro, Orfeo è straziato da orsi veri in luogo delle Baccanti; uno è bruciato per figurar Ercole sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di Ati; lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe aver le ali: l'eroismo di Muzio Scevola è riprodotto da uno schiavo, condannato a lasciar bruciarsi la mano. E queste scene racconta e ammira Marziale[134].
Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; anzi la coltura e l'urbanità v'erano al colmo. Le più forbite poesie, le storie più insigni correvano per le mani, colla prurigine della novità; il vulgo riceveva cibo non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli d'inenarrabile magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla Germania, reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe, rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, pantomime dalla Siria; e dopo essersi soleggiato sotto portici stupendi d'arte e di ricchezza, esercitato nel Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora la meraviglia di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento terme l'aspettavano a tergersi mollemente, onde poi presentarsi al teatro a riscuotere gli omaggi dei re stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare gli spettatori con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed oro l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli attori, versando in tali gare il sangue, che un tempo scorreva per l'acquisto dei civili diritti.
La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini nella guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle ricchezze male acquistate, l'insolenza del villan rifatto, gli abusi dell'improvvisa e ineducata fortuna. Antichi signori, sopravissuti alla guerra e alle proscrizioni, dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e giuramenti falsi, e per ispregio del popolo e della religione, della presente nullità si consolavano in un epicureismo femmineo, di cui era tipo Mecenate, scrittore e consigliere d'Augusto, avvolto in abbigliamenti donneschi, scortato da eunuchi, cercante emozioni nel vino e nei moltiplicati divorzj[135]. Anche i buoni, esclusi dallo esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di recare ombra ai monarchi, limitavansi a sguazzare in lusso privato, e ubriacarsi nei godimenti, come chi non vuol ricordarsi della spada per un filo sospesagli di sopra il capo. Mentre centinaja di servi, macchine intelligenti, faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai versi, essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, nei bagni. Se la lana apula e spagnuola è troppo pesante, gl'Indiani e i Seri mandano vesti di seta trasparenti; recasi in pugno una palla di cristallo per non sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche di vapore; le finestre, riparate con pietre speculari.
Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno ch'era stata di Scipione Africano, non rifina sulla differenza tra la semplicità di quella e il lusso odierno. — Quel terror di Cartagine, di cui è merito se Roma una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro bagno lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento così vile: or chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto uno si stima se le pareti non rifulgano di grandi e preziosi tondi marmorei; se marmi alessandrini non sieno variegati con incrostamenti numidici; se non sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra tasia, un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non circondi le nostre piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti dal sudore; se l'acqua non fluisce da pispilli d'argento. E ancora parlo de' plebei: che dire dei bagni de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che nulla sostengono! quanto fragoroso cascar di acque per iscaglioni! Tanto ci piacemmo di delicature, che non vogliam calcare se non gemme. In questo bagno di Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non siano acconci in modo che per ampie finestre ricevano il sole, se dal bagno non si vedano le campagne e il mare. Una volta tutto era più semplice; ma quanto rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi aver preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun de' Cornelj! perocchè nobilissimi edili si assumevano l'uffizio di entrar ne' luoghi dove accorreva il popolo, ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e salubre, non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo che ci sa di rozzo Scipione che non ammetteva nel suo tepidario la luce per grandi finestre, nè si facea cuocere nel bagno. V'ha di più: non si lavavano tutti i giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal lavoro; tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! Sì; puzzato di fatica, di milizia, d'uomo: ora, introdotti i bagni più netti, siam più sporchi in grazia de' tanti unguenti, che fin due o tre volte al giorno si rinnovano, talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»[136].
Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137]. Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138]. Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore, quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche nazioni, la casa più vasta che città[141].
Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi: perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile, e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano intenti[144].
Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso. Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo, petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie; eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di sesterzj.