A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio, perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148]. Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro milioni[149].

Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange.

Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa; tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto, che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli, che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile. Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia. Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151].

Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia, ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]: un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2 milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato; la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi. Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano.

Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare, quanto al farnetico dello straordinario ( monstrum ). Da qui le bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie colossali, repugnanti a quella misura che avea costituito la finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri, o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati; molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea, più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando. — Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi). Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto? — Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama; cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal bagno, e chiede vin melato»[158].

Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato Satyricon, ci descrive la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire contro le esagerazioni consuete dei satirici:

— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta, cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia la cena?»

«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione scoccò le dita, e a questo segno l'eunuco misegli sotto la mastelletta, in cui esso scaricò la vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita umide terse sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore ci coperse, passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteche, faceasi fregare non con lenzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana. Tre mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza, gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione esortavali ne bevesser pure a josa. Involto quindi in una tovaglia di scarlatto, fu messo nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacchè ed una carretta a mano, dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto di Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, e accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò alla testa di lui, e come se gli parlasse all'orecchio, canticchiò per tutto il cammino. Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniam dietro, e insieme con Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: Qualunque schiavo uscirà senz'ordine del padrone, buscherà cento sferzate.

«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d'argento. Pendeva sopra la soglia una gabbia d'oro, dalla quale una gazza variopinta salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e fracassarmi le gambe, colpa di un cane che alla sinistra dell'ingresso vicino alla camera del guardiano era dipinto sul muro, legato alla catena, colle parole cubitali Guardati dal cane[160]. Ne risero i miei colleghi, ma io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro. Il luogo ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni, insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano, in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Più innanzi era in figura d'imparare i conti, e più oltre in foggia di tesoriere; e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col mento rialzato lo riponea sopra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi d'oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un istruttore; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'argento, una statua marmorea di Venere, ed una scatola d'oro grandicella, in cui diceano venir serbata la barba di esso...[161].

«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo, a ciò destinato, gridò, — Col piè destro». Noi tremammo che alcun di noi non passasse col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un ignudo schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, che poteva valere dieci sesterzj... Sedutici, de' famigli egiziani altri versavano acqua diaccia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio faceano in silenzio, ma canticchiando: onde mi venne pensiero di provare se la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo prontissimo, che mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l'avresti creduto un triclinio da pantomimi.