«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già si era adagiato, fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova disposizione...[162]

Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava un asinello con una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall'altra nere. L'asinello era coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva il nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de' ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con miele e papavero, e mortadelle caldissime sulla graticola, sotto la quale stavano prugne siriache, con chicchi di melogranato.

«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un mantello di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di là; nel dito mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all'ultimo articolo del vicin dito uno men grande tutto d'oro, come a me parve, ma saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre ricchezze si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un cerchietto d'avorio con laminette luccicanti. Come poi con uno spillo d'argento ebbesi nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor voglia di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi facesse troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. Permettete però ch'io finisca un mio giuoco».

«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto, e con dadi di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d'oro e d'argento. Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata con una cesta, entro cui una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come quando covano. Tosto due schiavi, a strepito di musica, si posero a frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, ho ordinato si mettessero sotto questa gallina delle ova di pavone; e temo, per bacco, non abbiano già il feto: proviamo tuttavia se sono bevibili»[163]. Noi prendemmo de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le ova; ma erano di pasta, ed io fui quasi per gittar il mio, sembrandomi contenesse il pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai un grasso beccafico contornato dal torlo dell'ovo sparso di pepe.

«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascuno facoltà di bere novamente il vino col miele; quando ad un tratto l'orchestra diè un segno, e i cibi del primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, ed uno schiavo la raccolse dal pavimento; ma Trimalcione avvedutosene lo fece schiaffeggiare, e comandò la gettasse: il credenziere tra le altre lordure la scopò via...

«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente turate, su cui era scritto, Falerno d'Opimio, d'anni cento[164]. Intanto che leggevamo le etichette, Trimalcione battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi dunque facciamone gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo do per vero d'Opimio: jeri nol feci mescere sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi si beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo portò una figura d'argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli articoli e le vertebre col rallentarle...

«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi, ma la cui novità trasse gli occhi di tutti. Era in forma d'una credenza rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere avea posto cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo, sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una corona sul cancro, sul leone un fico d'Africa, sulla vergine una vulva di troja lattante, sulla libbra una bilancia che da una parte conteneva una torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo di mare che porta quel nome, sul sagittario un gambaro marino, sul capricorno una locusta marina, sull'acquario un'anitra, sui pesci due triglie; in mezzo poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo.

«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande, che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo idraulico...

«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre. Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone, colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco, e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi, avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri divisero tra i commensali.

«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per non parere non avessi mai cenato con galantuomini.