«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto». Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo; e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al ragazzo, che venne intorno...
«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde, com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli, d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse: — Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco), ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò) d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina; e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per altri terreni che per i miei»...
«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere, carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No, perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso, e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato, e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso».
«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale, serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo che abbia del vero metallo di Corinto»...
«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma, di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine; portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro. Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani? — L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che mi si porti in conto».
«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo, e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le beccacce...»
Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne leggeva le sorti. Uno diceva, Denaro buttato iniquamente; e si portò un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri, e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga, e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de' quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria...
«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi alzarono un gran gridore perchè, in mezzo ai famigli, fu portato sopra un amplissimo vassojo un vitello intero cotto a lesso, e con un caschetto sul capo. Ajace gli veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito un trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a guisa di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo a noi che facevamo tanto d'occhi. Ma non potemmo quelle eleganze a lungo osservare, perchè ad un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta, e tutto il triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e gli altri convitati non meno attoniti alzarono i volti, curiosi qual novità venir potesse dal cielo. Ed ecco che apertasi la soffitta, si vide un gran cerchio che, quasi da larga cupola distaccandosi, venne giù, e gli pendeano d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro pieni d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci di questi presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla quale vidi già riposto un servizio di focacce, e in mezzo un Priapo fatto di pasta, che nel largo suo grembo tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità.
«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed improvvisamente un nuovo ordine di giuochi accrebbe la nostra allegria, perchè le focacce ed i pomi, appena colla minima pressione toccati, diffusero intorno tal odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi dunque che una vivanda sì religiosamente profumata fosse cosa sacra, noi ci rizzammo in piedi, e augurammo felicità ad Augusto padre della patria. Alcuni però avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti, noi pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono tre donzelli, involti in candide tunicelle, due dei quali misero in tavola gli Dei lari inghirlandati, ed uno recando attorno una tazza di vino, gridava, — Ti sieno propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi chiamavasi Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone[166]. E come fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, che tutti baciarono, noi non potemmo, sebben con rossore, scansarcene...
«All'istante venne condotto un cane grassissimo, legato alla catena, cui il portiere ordinò con un calcio di sdrajarsi, ed esso si distese avanti la mensa. Allora Trimalcione gittandovi un pan bianco, — Non avvi (disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». Il ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, mise in terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di lui. Silace, secondo il costume cagnesco, empì la sala d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita del Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè venne altresì rovesciata una lampada, di cui si ruppero i cristalli, e si sparse l'olio bollente addosso ad alcuno de' commensali. Trimalcione, per non parere incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, e messoglisi a cavalluccio, gli batteva col palmo delle mani le spalle, e ridendo chiedevagli, — Conta, conta, quanti fanno?...»