«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse un gran fiasco, e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi che sedevano a' nostri piedi, soggiungendo: — Se alcuno non vuol bere, versagli il vino sul capo». E così or faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste famigliartà venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi fa stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano contornate di tordi, con ova d'anitra ripiene, le quali Trimalcione ci pregò con orgoglio di mangiare, dicendo che erano galline disossate...
«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato altrove, al quale Trimalcione chiese: — Che cosa aveste di squisito? — Lo dirò, se il potrò (rispose colui); perchè io sono di sì labile memoria, che talvolta dimentico lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima pietanza un porco, coronato con salsiccie intorno, e colle interiora benissimo condite: eranvi biete e pan bigio, che io preferisco al bianco, perchè fortifica. La seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un eccellente miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della torta, e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai lupini, ed agli altri legumi, nulla più ne mangiai di quel che Calva mi suggerisse: due pomi però mi riposi, che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi sgriderebbe; del che madonna saviamente suole ammonirmi. Oltre a ciò, avevamo dinanzi un pezzo di orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, ne mangiai quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. Se l'orso, diceva io, mangia l'omiciattolo, quanto più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso? Finalmente avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, delle ova accomodate, e rape, e senape, e tazze che parean piante: benedetto Palamede che le inventò! Furono portate intorno in una marmitta le ostriche, che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene mani, perchè avevamo rimandato il prosciutto».
«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, se non fosse comparsa l'ultima portata, composta d'un pasticcio di tordi, di zibibbo e di noci confette. Tenner dietro i pomi cotogni, contornati di chiodetti di garofano che pareano tanti porcini: e tutto ciò era pur passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, che saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. Quando fu in tavola, noi pensammo fosse un'oca ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta uccelli; di che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo piatto esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di quel che era, e volgendomi ad Agamennone, — Resto maravigliato come tutti cotesti ingredienti sieno accomodati in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver veduto a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene finte». Ancor non finivano queste mie parole, che Trimalcione soggiunse: — Così possa io crescer di ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso uomo di lui. Se volete, egli d'un coniglio vi farà un pesce, col lardo un piccione, col prosciutto una tortora, delle budella di porco una gallina; perciò il genio mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo; e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma de' coltelli di Baviera». E comandò che gli si recassero, gli osservò con ammirazione, e ci permise di provarne la punta sulle nostre labbra.
«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di bisticciarsi per un di que' cingoli, a cui si attaccano i vasi che costoro si teneano sulle spalle. Trimalcione avendo pronunziata la sua sentenza, nè l'un nè l'altro volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni il fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli ubriachi, noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da quei rotti vasi eran cadute ostriche e pettini, le quali un donzello raccolse, e in una marmitta recò intorno. Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze, portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando con voce tremula e straziante. Io ho rossore a narrare ciò che seguì: imperocchè i chiomati donzelli (cosa non più udita), portando unguenti in un catino d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo aver loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con varie ghirlande; poi l'unguento medesimo fecer colare nei vasi di vino e nelle lucerne...
«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della porta, ma egli rispose: — T'inganni se pensi uscire per donde sei entrato; nessun convitato giammai esce dalla porta medesima». In questa si udì un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, ordinò si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di più trasportò l'anello nella man destra, e disse: — Non senza perchè codesto trombetta ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in alcun luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi da noi sì tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio, avrà una corona in regalo...»
E sia fine a tante miserabili vanità.
V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, lusso, fior d'arti belle e d'industria, coltura, sterminato dominio, commercio dilatato agli ultimi confini della terra, tutti gli elementi, di cui alcuni compongono la prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente di quel che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il mondo si schiude, si fa conoscere, si lascia coltivare ogni giorno meglio; le fiere scompajono, il deserto si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita, e raffina i governi; la stirpe umana minaccia divenir soverchia pel mondo. Roma che non ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì le tribù più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, l'ubertà di tutti i climi, la varietà delle favelle: ciò che non è a Roma, non è in verun luogo. Essa raccolse il mondo sotto l'equo suo impero, senza accettazion di persone o divario di grande e piccolo, di nobile e plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non è che un nome, e pare un sogno quando s'ode che qualche lontanissima tribù mora o getulica osò provocare le armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose; le città non gareggiano che di magnificenza, la terra medesima pare s'infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita nuova»[167].
Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo re ci si presenta come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della bassezza di sua schiavitù; il governo, carpito da felici cospiratori, non curasi d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano ha mestieri di conquistar le anime e le intelligenze, purchè trovi modo di corromperle.
Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto seguire Tiberio, fango impastato col sangue[168]; poi un garzone frenetico; poi un sanguinario imbecille; poi il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, fa pompa delle infamie che Tiberio nascondeva, incendia, uccide maestro, moglie, amante, madre; e ad ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori gli decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà s'affrettano di scender più basso colle loro umiliazioni. Ma invano domandiamo a Tacito la finissima industria onde Augusto inforcò gli arcioni di questa fiera indomita; e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un mostro, e dopo loro lasciassero disputare il comando da un infingardo, un dissoluto, un ghiottone, un avaro. Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva corrotta, e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse l'egoismo.
L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro le provincie dell'Impero, ma internamente era lentato ogni nodo; ciascuno rinserravasi in se stesso, diffidando del vicino che non sapeva come opererebbe o penserebbe, atteso che gli uomini non si trovavano d'accordo in nessun punto di politica, di morale o di religione; estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, sfarzo, cura di sè, negligenza d'altrui. Quel che oggi s'interpone fra l'obbedienza e la schiavitù, cioè il punto d'onore, la devozione leale a un principe, la franchezza militare, la libertà cittadina, l'alterezza nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo cittadini, e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, nobiltà, ambizione scompajono davanti all'unico scopo, la grazia del regnante. Il senato non rappresentava più nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare dispettosamente la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la forza, voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, purchè ne traessero aumento di soldo ed alleggiamento di servizj.