Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano i soldati, come tremava l'imperatore, tutti di tutti; conseguenza dell'uni versale egoismo. Alcuni si levavano dall'originaria bassezza accostandosi ai grandi, a forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare i pericoli cui si esponeva ogni testa che sporgesse. Alla ciurma sempre più svigorita nel lusso e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi dell'anfiteatro, e che non palesava una volontà se non col parteggiare per questo o per quel ballerino, per questa o quella fazione del circo, ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non solo coi fieri e sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle arti dei retori e dei poeti.

Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei Romani; i Romani non compassione delle concussioni e de' micidj ond'era oppressa la Germania; sicchè mancava quell'accordo di lamenti e di speranze, che produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era perpetua e impossente ribrama di quelli che ancora ambivano di governare: il vulgo, più contento di trovarsi governato, non se la ricordava che per detestarla, e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si offrisse lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la fedeltà alla bandiera con quella all'imperatore: solo dopo caduta quella famiglia, si credettero arbitri di offrir l'impero a chi fossero disposti a sostenere colle spade.

Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo vicino ti sosterrà? Empisca dunque Caligola le due liste del pugnale e della spada; dal seno delle fecciose voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca a baldanza l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di fare omaggio ai padroni[169].

Questo male era tardo frutto della politica immoralità della repubblica. La società romana, per quanto la politica ne avesse ampliato l'estensione, era, siccome le altre pagane, dominata da spirito di razza, geloso, esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare suo vedendo in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico, nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio definiva: — I popoli, con cui non abbiamo amicizia, ospitalità od alleanza, non sono nemici nostri: pure, se cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni; i liberi divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»[170]. In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, equo, indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il padrone «ha diritto d'usare e d'abusare dello schiavo».

Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire che spietata; e gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione loro traevano sentimenti fieri e dispettosi, che soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci e supplizj riempiono le commedie ed i racconti; permanente atrocità privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo sfarzo di pene legali. Il mantenere e crescere quelle macchine umane era scopo importantissimo della società, e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto doveano intendere principalmente gli Stati, come a fonte di potenza, di gloria, di ricchezza; l'economia politica consisteva nel distruggere o render servi gli stranieri. Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato) cercavasi la rigenerazione e la forza del cittadino e degli Stati; ma questa legge isolata insegnava ad immolare alla grandezza d'un popolo la felicità di tutti gli altri. Il fanciullo educato in quei sentimenti sprezza e odia ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia iniquità resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica. La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze dispensava Catone dall'addurre altri motivi del suo perpetuo Carthago delenda; Paolo Emilio, in Epiro, sulle rovine di settanta città vende all'asta cencinquantamila vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo romano, narri d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno a Cartagine, devastati dalle legioni: agitandosi in senato le querele di popoli alleati, Curione le confessava giuste, ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»[171]: Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o piega ad ogni nostro volere»: Antipatro terminava tutte le sue arringhe agli Ebrei col dire, — I Romani voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che quelle piacciano sempre ai nemici di Roma: Tacito racconta che alcuni Germani rifuggiti in cima ad alberi, dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo. Di buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le legioni avide di sangue in quattro corpi, acciocchè più estesa fosse la devastazione: cinquanta miglia andarono a ferro e fuoco, senza compassione per età o sesso. Da parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè il soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno disarmati ed erranti a caso. Il buon Germanico esortava i soldati a seguitar la strage, perocchè non abbisognavasi di prigionieri; soltanto collo sterminio di tutto il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso non sa all'impero augurare maggior fortuna, che il perpetuarsi delle nimicizie fra le nazioni avverse[172].

Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale la società e il patriotismo, le cui virtù che sono altro se non un egoismo alquanto più dilatato? Come oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo, così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. La patria è una divinità[173]; Dio non deve nulla all'uomo, e l'uomo deve ad esso se medesimo e gli altri: dunque l'individuo si immoli a questa deificazione, non solo nelle terribili emozioni della guerra scannando le migliaja per una causa che non conosce, ma anche per superstizione svenando senza entusiasmo un uomo che non ci offese, a divinità in cui più non si crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto del trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo degli schiavi, rendevano la gente men compassionevole che non fra noi moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla religione a gridar tiranno non solo chi uccide, ma chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad un accusato.

Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia teneva luogo la legalità; ed il rispetto religioso, anzi superstizioso verso le leggi, cosa sorda ed inesorabile[174], fu carattere de' Romani, pel quale dalla protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano de' migliori giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior modo la giustizia verso gli stranieri, poterono creare una stupenda legislazione per se stessi.

Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto. Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì alcuni che si fingevano Nerone.

Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati, riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj, ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento, ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana, ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti. Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte e la più sentita della libertà cittadina.

E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie, e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà dei patrizj.