Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.

Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o voluttuose.

Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola, riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.

Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo frigio, che scrisse un Manuale di questa filosofia, percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve l'avevo detto?»

Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare, chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza codesta?

— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà individuale.

Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa (dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni (soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato potere.

Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».

Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».

Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto, nell' Apocolocunthosis descrivendone la divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177], e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra».