Pergulæ
Cænacula ex idibus aug. primis in idus
Aug. sextas
Annos continuos quinque
s q d l e n c a
Smettium verum ade.
Le quali ultime sigle devono forse leggersi: Si quis dominun loci ejus non cognoverit, ad... Ma sono strane quelle novecento botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.
Un ghiotto esclama: Quæ gula quæcumque in vino nascitur; un altro: Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est. Uno schiavo liberato: Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi; uno impreca: Asellia tabescas; un altro taccia di ladro: Oppi embolari (facchino) fur furuncule; e con espressione più mercatina: Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram.
Anche Cicerone (in Verrem, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale e la testa del pretore: De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur.
Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva qui; cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.