Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo, Terenzio ritrae della società signorile; quello esagera l'allegria, questo la tempera, e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo. Orazio (che giudicando solo dall'espressione, vilipende tutti i comici della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere abborracciato per toccare più presto la mercede; alle commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d'allora, Scipione Emiliano e Lelio: l'un e l'altro però sono troppo lontani dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione.

La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi stessi, come le maschere del vecchio nostro teatro; e si ricambiano improperj a gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso professa in qualche commedia di non seguire l'attica eleganza, ma la siciliana rusticità[12]; il verso talmente trascura, che si dubita se verso sia[13]; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe. Meno che pei letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria.

Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione della commedia è il riconoscimento loro[14] per mezzi miracolosi: anche all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaja fantasia: quanto all'invenzione, e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar cosa nuova[15]. Nè l'uno nè l'altro conobbero l' ammaestrare ridendo, proponendosi unicamente di recare sollazzo al pubblico[16].

Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, cioè eseguivansi in abito greco: nelle togate fu celebre Afranio, ma pochissimi versi ce ne restano. Poco merito, in generale, si attribuiva alla drammatica, tantochè Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire tra un popolo che si dilettava di belve combattenti e dei veri spasimi e del sangue d'uomini accoltellantisi? Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione della sua Ecira, il popolo costrinse a interromperla perchè si erano annunziati gladiatori e saltambanchi.

D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: di Ovidio sappiamo che scrisse la Medea; ma i luoghi comuni onde farcì le sue Eroidi, e la dilavata facilità del suo stile non ci lasciano troppo rimpiangere questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani ricordati[17].

Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità risalgono le maschere: il Macco o Sannio, progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era un buffone, raso il capo, vestito di cenci a vario colore, e che rideva in tutto il corpo; a Pompej si trovò il Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica si preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ridotta ad un'azione perfetta, ma in scene staccate, un carattere plebeo esponendo nelle differenti sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni scorrette; di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che l'attore improvvisasse; attore sovente era l'autor medesimo, e i più famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo un prologo, dove lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco: di Siro alquante sentenze morali, che teneva in serbo per intrometterle all'occasione, e che ci danno alta idea della farsa romana. Anche Gneo Mattio, amico di Cesare e di Cicerone, scrisse Mimiambi assai lodati, oltre una Iliade.

La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, che perciò non attinsero mai la democratica licenza degli Ateniesi. Già la primitiva nobiltà, gelosa di questa plebe che della scena valevasi per bersagliarla, le pose freno applicandovi la legge delle XII Tavole che condannava a morte o alle verghe il diffamatore[18]. Ogni oppressore della pubblica libertà rinvigoriva queste repressioni, come fece Silla; e Cicerone scriveva ad Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto il proprio parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica via restava il far ripetere in teatro versi o passi che paressero alludere ai pubblici affari[19].

In principio i teatri erano posticci, durando al più un mese, quantunque l'armadura di legno si ornasse con grand'eleganza, fino a dorarla e argentarla, e vi si collocassero statue ed altre spoglie de' popoli soggiogati. Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori, adorno di tremila statue e trecentosessanta colonne di marmo, di vetro, di legno dorato. Primo Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò uno stabile, capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore. Quel di Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del diametro inferiore di circa cinquantacinque metri allo interno, e di cenventiquattro al recinto esterno. Cajo Curione, volendo sorpassare i predecessori in bizzarria se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì due teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra un pernio con tutti gli spettatori; sicchè, compite le rappresentazioni sceniche, venivano riuniti, e gli spettatori si trovavano trasportati in un anfiteatro[20].

Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a soddisfare coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar diletto; infame chi per denaro fingeva affetti, dava se medesimo a spettacolo, ed esponevasi agl'insulti degli spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù, i magistrati farli staffilare a capriccio; un marchio impresso sul loro corpo gli escludeva da ogni magistratura, e fin dal servire nelle legioni. Anche donne poteano comparir sulla scena romana, a differenza della greca, purchè vestite decente: ma restavano diffamate, proibito ai senatori di sposare le attrici, nè le figlie o le nipoti d'istrioni.

Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta ammirazione destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. Eppure generalmente erano schiavi o liberti greci, che a forza di studio avevano imparato la giusta pronunzia del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri, doveano forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori; le parti femminili erano spesso sostenute da uomini; il viso coprivasi con maschere: lo che rende inesplicabile l'effetto che Cicerone e Quintiliano dicono producessero.