Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta si agitasse causa interessante, per osservare i movimenti dell'oratore, del reo, degli astanti. Il primo fu amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso, lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro milioni di lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò la maschera, prese lezioni Cicerone, che poi gli divenne amico, e sfidavansi a chi meglio esprimerebbe un pensiero, questi colle parole, quegli col gesto: all'anno riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila lire: ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione del 377. Neppure questo scialacquo è dunque novità.
Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e dell'arte libera, ivi comincia la scienza storica; e quando il carattere preciso dei fatti e la prosa della vita si rivelano in situazioni reali, e nel modo di concepirli e rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran popolo? pure i Romani nè anche in essa seppero essere originali, e negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando i monumenti, accolsero e rimpastarono le origini favoleggiate dai Greci. Fabio Pittore, che primo ne scrisse in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio tribuno che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro, senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti. Quando Catone censorio trattò delle Origini italiche, i popoli della prisca Italia sussistevano ancora, e in libri ed iscrizioni conservavano i loro fasti; sapevansi leggere e interpretare i caratteri oschi ed etruschi, che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per anco stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè le sistematiche proscrizioni di Silla aveano distrutte le memorie della prisca nazionalità. Un desiderio del censore sarebbe stato legge a tutte le città italiane, che gli avrebbero a gara recato i loro annali pel lavoro che preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e d'idee e di etimologie forestiere è rimpinzato quel poco che ci tramandò. Peggio ancora adoperarono Cornelio Polistore al tempo di Silla, Calpurnio Pisone Frugi[21], e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori.
Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia, Polibio di Megalopoli (n. 205), che deportato con quelli traditi da Callicrate (vol. I, pag. 348), acquistò la grazia degli Scipioni, principalmente dell'Emiliano, lo seguì in Africa, e narrò la storia contemporanea dal 220 al 167. Di scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo; vide i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti ignorati da' natii, e meglio di questi c'informa della loro costituzione, che egli reputa non solo superiore alla spartana e alla cartaginese, ma tale che, a petto di essa, la repubblica di Platone somiglia una statua accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non declama; cura la moltitudine, quanto Livio gli eroi; ma escludendo la Provvidenza regolatrice, e tutto riducendo a invenzione degli uomini: eppure non sa guardarsi dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera e ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le leggi della guerra permettono di fare tutto ciò ch'è utile al vincitore o nocevole al nemico. Vero è che fa giungere qualche disapprovazione alle orecchie degli oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella seconda guerra punica; la terza considera come un delitto: professa che fine della vittoria non dev'essere la distruzione del nemico, ma il riparare dall'ingiuria (v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere l'innocente col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia degli innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno eccessi contrarj: la pace è di tutti i beni il solo che nessuno si perita a considerar per tale; tutti preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha cosa che non sopportiamo per ottenerlo[22].
Le Antichità romane di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi fin all'anno dove Polibio comincia, toccano delle origini di Roma, ma sempre per blandirla, e «sminuire lo scherno e l'aborrimento che i Greci le professavano». Questo proposito già il rende sospetto, e ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto, ch'era impossibile deducesse da cronache indigeste. Come estranio ch'egli era a Roma, ce ne espone con particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di patria tutte le origini trascina dalla Grecia, dall'altra vanta i Romani come popolo equo e temperato, che i vinti trattò non con crudeltà o vendetta, ma da amico e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente, mai non insanguinò il fôro; racconta senza biasimo la distruzione di Cartagine, di Corinto, di Numanzia, e conchiude che, in tanto conquistar di paesi e tanto opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia[23].
Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni anche Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco figlio di Serofane siracusano, autore di una storia di quell'isola, e d'una dell'Italia: fioriva ai tempi di Serse. Temistogene, oltre la storia patria, divisò la spedizione di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende sia quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due Dionigi tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di eserciti nella guerra cogli Ateniesi, poi relegato a Turio, richiamato per ordinar le cose siracusane, infine ucciso a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva esposto la storia siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi; conciso, dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto è lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj retorici. Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese di Agatocle parve più elegante che veritiero.
Timeo da Taormina scrisse una storia universale e varie particolari, e una critica sugli errori degli storici: se il lodano per buona distribuzione cronologica, l'appuntano di soverchia mordacità, e di raccogliere ogni cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone è Dicearco messinese, morto al principio del regno di Gerone, e vissuto il più in Grecia: in istile attico delineò vite d'illustri uomini e dei sette Sapienti, le feste e i giuochi, e una descrizione della Grecia fisica e morale: per incarico de' re macedoni fece e descrisse la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso, con buone idee sulla conformazione generale della terra. Aristocle, pur da Messina, raccolse la serie degli antichi filosofi e la somma dei loro insegnamenti. Polo d'Agrigento lasciava la genealogia de' Greci e de' Barbari venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto, militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando; sicchè più rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe contrapposto ai Romani che lo calunniarono[24]. Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di Calutta, che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera da Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città della Sicilia.
Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche righe; nè direttamente possiam giudicare che Diodoro di Argiro, noto col titolo di Diodoro Siculo. Venuto ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e siciliani; e dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a Roma, allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte le nazioni, vi compilò in greco una storia universale, intitolata Biblioteca storica, dai tempi precedenti alla guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De' quaranta libri ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano dall'affettazione come dalla bassezza, procede sconnesso, talvolta declamatorio, più spesso freddo e uniforme compilatore piuttosto che autore; bee grosso, accetta tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto, nè quindi ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca istoria italiana; sulla romana poi erra spesso nei nomi, più spesso ne' tempi, e in generale è scarso, quanto invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia divina, d'una provvidenza.
Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini, sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, volendo dilettare e istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizionali senza curarsi di appurarle, segue e spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei tempj di Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti antichi conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche fra i più dotti videro le opere di Aristotele: Cicerone, che tutto seppe, conosce soltanto per un dicesi i Latini che prima di lui scrissero di filosofia; e quando vuol informare della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè gl'interpreti servivano che ai negozj; e Cesare, che sì lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perchè i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava l'alfabeto greco.
Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come altri nobili, per diletto de' suoi figli trasportò in città quella di Perseo re di Macedonia: Silla da Atene quella di Apellicone Tejo, che fu messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse una di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il suntuoso Lucullo, che gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche Attico ne formò una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare per farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a non vendere certe opere, giacchè spera poter comprarle lui[25] per aggiungerle alle molte che già aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca: ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici destinati a collazionare, i testi riuscivano scorrettissimi[26]. Primo Cesare pensò ad una biblioteca pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio Pollione: poi Augusto ne applicò una al tempio d'Apollo Palatino[27], ed una al portico d'Ottavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un gabinetto per la lettura.
A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi in esaminare l'antichità, e rintracciare i documenti che sono occhio della storia. Li precedette una civiltà potente, qual fu la pelasga; gli educò l'etrusca: e nè di questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno per portentoso erudito Marco Terenzio Varrone (n. 116), che a settantotto anni aveva scritto quattrocennovanta libri di varia materia. Nelle Antichità delle cose umane e divine cominciava dall'uomo, dal suo organismo e dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea, alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo fissò la cronologia ( æra Varronis ); e indagava tutto ciò che potesse illustrare la storia e le condizioni politiche e morali. Le Cose divine erano un profondo trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti, i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere l'ateismo e la corruzione de' costumi; al che forse diresse anche l'altra opera Della vita del popolo romano.