Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di quest'autorità del giusto è collocata la Chiesa, società delle anime legate al cospetto di Dio dalle medesime credenze, depositaria immutabile delle verità eterne, e insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace ogni verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, assicurando la libertà nel vero, repudii la libertà nell'errore, combattuto sotto qualsiasi forma perchè gli manca il diritto. Rappresentando la natura umana ancora scevra dal peccato, essa è incapace di errare come di morire; e afferma o nega competentemente i primi veri, su cui si fondano non solo la religione, ma la famiglia, la società civile e la politica; una nel capo, molteplice nei membri.

Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, filosofia e religione, morale e politica; derivate tutte dalla medesima sorgente; era costituito il criterio del sapere, degli affetti, delle azioni. Quanti secoli però, quanto sangue, prima che la verità divenisse trionfante, s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite sue conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora ne' mali inseparabili dalla condizione umana recherà balsami la carità, intenta a diminuirli o a consolarli coll'elevare gli occhi del soffrente al Cielo che è per lui.

CAPITOLO XXXVI.
Galba. — Otone. — Vitellio.

Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia Giulia, o imparentati o adottivi di essa; e il senato davasi l'aria di eleggerli: ma ora, al vedere una persona nuova, creata dai soldati, il senato comprende essersi rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di Roma[211].

Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, preconizzato all'impero da mille augurj, nella sua pretura avea ben meritato del popolo col l'introdurre il nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano sulla corda. Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per non attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, represse i concussori, ed acquistò l'amore della provincia. Insorto contro Nerone (68) per restituire (diceva) il massimo dei beni, la libertà rapita da un mostro, come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi a Roma, auspicando male il regno col punire le persone e le città che aveano ricusato secondarlo nella sollevazione, e trucidare i complici e fautori di Ninfidio Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea voluto farsi gridare imperatore.

Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in legione, gli va incontro a Ponte Milvio chiedendo essere confermati; e perchè al suo niego si ammutinano, Galba li fa assalire dalla cavalleria, settemila uccidere tra in battaglia e per castigo, i restanti in prigione finch'egli visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente: pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, comanda che il palco sia dipinto, e ornato di fiori.

Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti di Nerone, fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; e qualora Galba uscisse in pubblico, gli chiedeva a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui a grosse somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, come della parsimonia che Galba credeva necessaria dopo i pazzi scialacqui precedenti. A un senatore che il ricreò tutta una cena, regalò una moneta, avvertendolo, — È di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le prodigalità del suo antecessore volle cincischiare, ordinando che, chiunque n'avea ricevuto doni, ne restituisse nove decimi, creando per questo un tribunale che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho scelto i soldati, non li voglio comperare»; voce degna d'un prisco Romano, s'egli l'avesse coi fatti sostenuta.

Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, i quali non era malvagità che non si permettessero; nei giudizj e negli impieghi non guardavano a merito, a diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde si rinnovavano le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e l'odio de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col disprezzo per la sua inerzia, faceva intollerabile il dominio. Vedendosi sprezzato ed esoso, e udita la rivolta d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare un successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per modestia e severità: e l'esortò a portare la superba fortuna, come sin là aveva l'umile sostenuta; essere accorciatojo al ben regnare l'osservar quali cose si condannerebbero in principi; ricordasse di aver a governare gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù.

I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco Salvio Otone, inveterato negl'intrighi di Corte, essendo stato caldo sostenitore di Galba, sperava da lui quel premio: deluso, e nulla avendo a sperare nella quiete, tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti, le insinuazioni dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di Pisone, lo fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore (69) da non più che ventitre guardie pretoriane. Ben tosto altri ed altri si aggiunsero; gl'indifferenti non si opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone uscì, mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che non trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè il popolo empì il palazzo gridando morte a Otone, siccom'era solito nei teatri, e non già per amore o per idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare i principi con vano favore, pronti a gridare il contrario un'ora appresso.

E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar baci e ogni umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o di fautori; e prima i pretoriani, poi la legione de' marinaj, memore dell'insulto, gli prestano giuramento. Galba, svigorito dai settantatre anni e dall'infingardaggine, compare armato in sedia; è forbottato senza consiglio (69 — 15 genn.) fra una moltitudine non tumultuante, non quieta; e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente il petto, dicendo: — Ferite, se così comple alla repubblica». Regnò otto mesi, piuttosto scevro di vizj che dotato di virtù; e fu detto di lui, che parve degno dell'impero finchè nol conseguì.