Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi lo scambio per cantar tutta notte inni al loro Signore; e quella melodìa serviva di guida ai fedeli, che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo degli atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili nel martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo, i filosofi che, mutati in apostoli, avevano finalmente rinvenuto il nodo delle agitate quistioni, e che s'accingevano a recare il vero alle genti assise nell'ombra della morte, e a confermarlo col proprio sangue.

Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali, ovvero patriotiche rimembranze, spesso contaminate da impurità e bagordi: nelle cristiane, l'esultanza era espressione del rinascimento spirituale. Là interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore di sinistri presagi, trovava la spiegazione della vita in ciò che dee venire dopo di essa. Chi potesse, recava qualche denaro ogni mese onde nodrire e sotterrare i poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli, gl'imprigionati. Come fratelli, erano disposti a morire gli uni per gli altri: tutto avevano in comune, eccetto le donne: nel loro mangiare insieme, che chiamavasi far carità (agape), libavano il calice del sacrosanto sangue; poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà, rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella gioja del perdono e del sagrifizio.

La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola salvata dallo spirito d'associazione e da quell'amore che mancò sempre al gentilesimo, perchè Dio solo poteva insegnarlo. Il cristianesimo è dottrina di redenzione, sicchè primo merito pone il praticare la carità fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo, ognuno ha l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire, progredire; è pertanto anche dottrina d'attività e d'avanzamento, mentre gli antichi, fondati sopra l'idea del decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza fra gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano soffrire. Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio celeste», è imposta alle età nuove la missione di procedere, di lottare; e se il verbo di Dio non mente, andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio la legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste il perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile ne sarà il progresso, divenuto legge naturale dell'umanità. Ne conseguiva anche la libertà[208], la quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede di Colui pel quale regnano i re.

Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non politica, non mutò l'ordinamento materiale del mondo visibile: ma la scienza delle intime relazioni della terra col cielo, del tempo coll'eternità, del contingente col necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini si considerino altri come fine, altri come mezzi, pianta la libertà vera, generata dalla fede, dalla pratica della virtù e dalla cognizione della verità.

— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri, come il Figliuol dell'uomo che venne non per essere servito ma per servire, e dar la vita ad altrui redenzione». Queste parole segnano il rigeneramento della società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e molti patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e rendendo un dovere non un piacere il diriger gli uomini. Il superiore sa d'essere obbligato a servire alla grande società umana, nè quindi inorgoglisce della sua posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito a vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i potenti riconoscono i diritti dei sudditi, questi la soggezione, dovuta per riguardo a Colui che è unica fonte della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel volere soltanto ciò che è volontà del comun padrone.

Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi servo dei servi; e così fondò l'unità del governo visibile, che non avendo il suo regno in questo mondo, avvicinasse più sempre gli uomini al regno di Dio, il quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale appartenga il risolvere ogni dubbio e determinare le credenze. Nulla esso possiede di violento; uniche armi sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la infallibilità promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la fede di Pietro non venga meno.

A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo della Chiesa, che impone quanto s'ha da credere, estende l'imperio sulla coscienza, e proscrive il dissenso: ma l'infallibilità sua esso trae da un principio superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto che non si prende alcuna determinazione se non per deliberazioni comuni: le assemblee diocesane, provinciali, nazionali, ecumeniche adombrano quel governo rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto punto del politico progresso.

Esso governo spirituale, non che contrastare col governo terreno, imporrà d'attribuire a Cesare ciò che gli appartiene; ma a fronte di Cesare ergerà dottrine che, insinuandosi nella vita sociale, la modifichino, ed esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli. Pertanto nella società mondana v'avrà nazioni distinte; nella religiosa un' adunanza universale (Chiesa cattolica): colà il lignaggio dà potenza e decoro; qui tutto deriva dal merito personale, senza gradi nè privilegi ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere al primato e fin agli altari: colà la forza impone i regnanti, e il talento di questi destina i magistrati; qui tutto va per libera elezione, dall'acòlito sino al pontefice: colà eserciti che soggiogano i corpi, qui apostoli che convincono l'intelletto e inducono la volontà: colà imperatori che decretano, qui diaconi, preti, vescovi che istruiscono e consigliano: colà giudizj che puniscono, qui un tribunale ove il confessare i delitti li espia; e se v'ha chi persiste nella nequizia e scandalizza i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al convito de' buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; ivi la coazione, qui la coscienza. La carità cristiana toglie dunque l'uomo dal giogo dell'uomo; come contro la propria debolezza, così lo difende contro l'oppressura altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di questi piccoli».

Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza volontaria, una legge di patimento e d'abnegazione, ruppe il fascino delle grandezze pagane; il livello della povertà, sotto cui abbassava tutti, diveniva livello d'indipendenza; sicchè agli splendori dell'antichità sottentrassero la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto succede al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente sottomessi a Dio, da Dio solo vogliono dipendere, vero e primo sovrano, dal quale Cristo fu investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto e dal suo Verbo deriva agli uomini il diritto di comandare. I principi aveano fin allora dominato solo sui corpi colla forza; allora governerebbero anche gli spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore. A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano alla consentita, prestandola non ad un uomo fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo così i due demoni della tirannia e della rivolta.

L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce col sommettere l'uomo ai capricci dell'uomo[209]; riduce il principe a ministro di Dio pel bene, e i governi a provvedere che sia rettamente distribuita la giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le coscienze. Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio l'uomo che la esercita, nè l'uso che ne fa; e quegli e questo sono subordinati al diritto eterno. Nessun uomo possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; demerita l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria sostituisca a quella legge superna, di cui è interprete la Chiesa[210].