Le due società non tardarono a trovarsi a fronte. Perocchè gli Apostoli, appena furono innovati dallo Spirito consolatore, uscirono predicando, e sparso il buon seme nella Giudea, recarono la fausta novella ( euangelio ) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato. Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi a Roma (42?), il pescatore di Genesaret alla metropoli del mondo, per istabilirla centro di un'altra unità, per opporre alle infamie di Messalina ed alle atrocità di Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime virtù che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando se stessa per l'umanità, rende inutili gli altri sagrifizj cruenti. La irrequietudine degli Ebrei in Roma, e massime contro i convertiti, indusse Claudio a cacciarli, e allora Pietro sarà tornato nell'Asia[202]. Esprimo in via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio, questi grandi rinnovatori del mondo lasciarono ignorare il loro cammino.
Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano, da fiero persecutore de' Cristiani ne divenne apostolo (35), e fu eletto a diffondere il vangelo tra i Gentili; il che egli fece non soltanto colla parola, ma con quattordici epistole, dove chiarisce molte dottrine che erano custodite per tradizione, e inculca che veruna fede non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole dell'Acaja risedeva in Corinto, quando Paolo v'andò a predicare, e molti gli credevano e battezzavansi. Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta degli oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il condussero al proconsole, imputandolo d'insegnare un diverso modo d'adorar Dio; ma Gallione li rimbrottò, e — Se costui ha commesso qualche delitto, indicatelo; ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»[203].
Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme (38), gli Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè s'interpose la guarnigione romana. Lisia, colonnello di questa, al cui arbitrio era commessa la quiete della città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No, perchè io son cittadino romano». Verificata tale asserzione, il colonnello lo sottopose a un concilio di sacerdoti; ma tra questi alcuni erano sadducei che negavano l'immortalità, altri farisei che ammettevano la resurrezione de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni e i rancori reciproci: onde cominciarono abbaruffarsi fra loro. Il colonnello, vedendo non si trattava d'alcuna colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove ingiurie, e lo mandò a Felice governatore della Giudea. Accorse il gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo; ma Felice, visto che erano dispute religiose, tenne Paolo in larga custodia a Cesarea per due anni, intanto ascoltandolo discutere sulla giustizia, sulla castità, sul giudizio futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di Felice, mandato a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò; e lasciato alla libera custodia d'un soldato, con ogni fidanza e senza verun divieto[204] vi stette due anni predicando.
Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una celebre epistola, in cui rinfaccia a' Giudei convertiti la carnalità e il volere angustiarsi nelle cerimonie, mentre quel che importa è la grazia del Signore, necessaria per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili rimprovera la soverchia fidanza nella propria ragione, mentre le cognizioni di cui superbivano, traevanli a peccato; la scienza di suprema importanza esser quella di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj pensamenti, caddero nell'accecamento e nella superstizione, e Dio li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e Gentili e Giudei convertiti si rispettino a vicenda, nè in altro si glorifichino che in Cristo Gesù. Tornato poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse una lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge mosaica dopo venuto chi la perfezionava e compiva.
Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano, finchè non venne occasione di perseguitarne i proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo fuoco a Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè profuso denaro o promesse di più elegante ricostruzione chetarono il dispetto della plebe. «Si ricorse anche ai Libri Sibillini; fu supplicato a Vulcano, Cerere, Proserpina; e da matrone prima in Campidoglio, poi alla più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua fu asperso il tempio e l'immagine della dea, poi da maritate vi si fecero i lettisternj e le vigilie. Ma nè opera umana, nè prece divina, nè larghezza da principe gli scemava l'infame taccia dell'avere arso Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i senatori coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo; onde, con un artifizio unico e sempre nuovo, pensò stornare da sè quella colpa col versarla sopra cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non riconoscendo nei Romani una natura superiore alle altre genti, nè quindi il diritto di opprimerle, faceva dispetto alla tiranna del mondo. Adunque «processò e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori, che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo, il quale, regnante Tiberio, fu crocifisso da Ponzio Pilato procuratore. Per allora fu repressa quella semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le cose atroci e brutte concorrono e acquistano celebrità. Furono dunque prima catturati i Cristiani che professavano apertamente, quindi gran turba, indicati non come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere umano».
Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere una religione, che tutti voleva congiungere nell'amore. Con supplizj della peggior guisa li perseguitarono, e imitando quel che il loro padrone faceva ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti in pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo nel circo, quali bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi la sera come di fanali ne' voluttuosi giardini di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su cui la religione allora nascente doveva poi piantare il suo trionfale padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense, vestito da cocchiere in sul carro, e spettatore fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene meritevoli di ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo essi per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»[205]. Vuole la costante tradizione che in quell'occasione Pietro e Paolo suggellassero la fede loro col martirio (67 — 29 giugno), consacrando del loro sangue una terra, che da tant'altro era contaminata.
Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in Italia. Da principio adoperavano ogn'arte per nascondersi, convegni segreti, segni di convenzione, lettere e tessere di riconoscimento, scatole in cui portare il viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva uscir di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra i giovani, fra le donne. La donna convertita è seme che germoglia presso al focolare domestico; e se non può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini nuove massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia di Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose su cui riposava il patriziato antico, passò ai sentimenti della fraternità umana che costituiscono la cristiana uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine, Ilaria, Flavia, Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando sulle tombe dei martiri, che aveano ornate colla cura e col segreto onde altre loro pari allestivano i gabinetti lascivi; madri e vergini sante espiavano per quelle che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue, e soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva. Quando la dea Vesta più non trovava chi volesse votarle la verginità, molte fanciulle a gara s'offrivano alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti a quelli di strage e di contaminazione. Di tal passo la donna recuperava la libertà naturale, sottraevasi, foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e cancellava la legale sua inferiorità[206].
L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il culto dei Cesari è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi dell'età loro sono la cloaca dell'impurità, dell'inumanità e della divisione, le tre grandi conseguenze dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne, dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue ed omicidj, furti ed inganni, orgie, sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi per gelosia, o contristati coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»; dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità, gioja, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia, temperanza, castità»[207]; ai quattro caratteri dell'antichità se ne oppongono quattro nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito di malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo.
Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il mondo non era degno di possedere viveano nelle caverne, aspettando intrepide, ma non accelerando l'ora di fecondare del loro sangue la pianta della rigenerazione. Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli, di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento flessuosità sboccano nella pianura del Lazio; accanto alle tane, ove i padroni chiudevano la sera centinaja di schiavi alla bestemmia ed agli indistinti concubiti, trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si fabbricavano le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti e nella preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani sepellivano i morti entro nicchie che poi muravano, chiudendovi insieme gli strumenti del supplizio, un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o dello stato; e questi asili della morte denominavano cimiterj, cioè dormitorj, espressione d'una coscienza pura, consolata nella certezza di svegliarsi ad altra vita; e colà venivano ad orare. Ivi nessun altro ornamento che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere il Vangelo, cioè i libri nei quali i compagni di Cristo o i loro discepoli aveano esposto semplicemente la vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio; ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E in quel leggere e in quel pregare consisteva la loro cospirazione.
Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella stessa speranza, davano bando alle inumane distinzioni del secolo: il ricco sedeva presso al povero cui sostentava coll'aver suo: le vergini del vulgo, coperte di bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello di Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone e colle vedove de' senatori e dei proconsoli, che avevano data ogni ricchezza all'assemblea de' fedeli, e spargevano i ristori della carità: e mentre l'egoismo rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza di vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta fonte della fede, e dove convincendosi della debolezza dell'uomo, acquistavano la forza che viene da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a dire l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza, non distinti se non per maggior virtù, carità e dottrina nel soffrire, nel rimetter pace, nel compatire e consolare, nello spezzare il pane della parola, e per lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre, vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere i peccatori tra l'effusione della Grazia.