Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime poesia, leggevano la promessa che verrebbe un salvatore, e appunto intorno a questi tempi: ma accecati da angusto amor di patria, e nel dispetto dell'oltraggiata nazionalità, nell' aspettato non presagivano altro che un eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale spezzasse le catene del suo popolo come avea fatto Mosè liberandoli dall'Egitto, o Ciro mentre stavano schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi di Davide e di Salomone in quella Gerusalemme che restava sempre la più insigne città dell'Oriente[200]; un messia insomma trionfante degli stranieri, anzichè il Figlio dell'uomo, proclamatore dell'universale fratellanza, e d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi, da condizione.
Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto il Dio umanato, anzi si disprezzasse un Cristo mansueto ed umile, il quale parlava di rassegnazione, di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo; consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare quel ch'era di Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva si desse a Dio quel ch'era di Dio, purgava la legge patria dalle frivole osservanze, e mentre flagellava coloro che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni moralità nella foggia del vestire, nello astenersi da certi cibi, e gonfiavano i cuori nella persuasione di loro virtù.
Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali patrj l'accusarono di bestemmiare contro la religione, di corrompere la gioventù; ai tribunali romani, di turbare la dominazione straniera col parlare d'un altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti, gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte, e chiedono a Pilato che lo condanni. Questi esamina l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re de' Giudei?» e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo mondo; altrimenti i miei ministri non soffrirebbero ch'io fossi consegnato a' Giudei. — Ma dunque sei re?» ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici; e venni al mondo per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla verità, ascolta la mia voce».
In tempo che altro legame non credeasi poter frenare il mondo, fuor quello della forza, qual mai timore poteva incutere al governatore romano un regno non di questo mondo, un re che altro impero non aveva fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di Cristo intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del Signore», che Cristo diceva ai poveri: — Voi siete beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi con tutti; chi vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva gli occhi ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto restava dunque minacciata la potenza ch'egli rappresentava, nè l'immortalità di Cesare: che cosa aveva mai a fare la religione colla politica? Costui non potea dunque sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale.
Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale quando occorreva di opporlo allo spirituale: astiosi allo straniero che comprimeva le loro passioni, ora per passione s'accorsero che una novità religiosa porterebbe novità politica, e minacciarono di denunziare Pilato a Roma se non condannasse il riottoso. Il popolo, come chiamavansi pochi scioperati schiamazzanti in piazza, chiede ch'egli condanni costui, il quale mette a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che nell'egoismo personale e governativo non vuol porre a repentaglio la pubblica quiete per nulla meglio che per un uomo, nè pericolare il proprio impiego per salvare un innocente, condiscende che l'uccidano, protestandosi però mondo del sangue di lui. E Cristo è crocifisso (35) dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima della legalità romana, acciocchè questa sia in perpetuo condannata.
Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito come Trasea o Seneca, ma confessando il dolore, ma desiderando fossegli risparmiato quel calice, ma gemendo di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato, come da secoli era stato simboleggiato e predetto. Lo sgomento invade i discepoli suoi, i quali mondanamente giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi, e piangono sull'estinto maestro, finchè questi, come avea promesso, risorge, e salito al Padre, manda lo Spirito divino che tramuta i timidi ed ignoranti pescatori di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti della forza di lassù ed obbedendo al maestro che avea detto — Andate e insegnate a tutte le nazioni», spargonsi per le vie di Gerusalemme, annunziando compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e spiegano quella dottrina che doveva essere salvezza del mondo. Così il più stupendo miracolo del cristianesimo, qual è il potere di trasformazione, comincia ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la società.
Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio, udendo che Cristo avea fatto miracoli ed era risorto, disse — Ebbene, ponetelo fra gli Dei». Sì poco importava l'aggiungerne un altro alla caterva affluita di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un dio, ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano talmente ai dominanti, che il trionfo di quelli doveva portare la rovina di questi; e raccogliendo i pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli, avvincere il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore, il cui nodo è in cielo.
Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna associazione rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre que' doveri, che da Dio solo traggono la sanzione: partecipando anzi alle gelosie de' loro Iddj, non vedeano negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi da incatenare. Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano nella medesima credenza, si uniscono in una sola Chiesa; solennità inditte a tutti i paesi, segni che distinguono il credente ovunque sia, preghiere comuni, e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe. La religione non restringesi più ad un luogo, è predicata a tutti, e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun popolo; non fonda una tribù sacerdotale, non indispensabile solennità di riti; ma semplici preghiere, ma cerimonie schiette ed affettuose rimembranze congiungeranno i fedeli dovunque e quandunque sollevino a Dio la mente.
Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo i suoi tempj, non v'è profani nella Chiesa. L'uniforme e solido insegnamento della scuola armonizza colla predicazione e col culto, il mistero colla dottrina esteriore, le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio. Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei cuori, insinua una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa eguaglianza che nel mondo non lascia vedere se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una morale, non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre intesa al perfezionamento di sè ed alla carità verso altrui. Nè la virtù è più un affare di convenzione, ma la pratica della verità, conosciuta e ponderata con giudizio retto; una buona qualità della mente, di cui non si può abusare[201]: è peccato il preferire al bene sommo il proprio, all'oggettivo il subjettivo.
Sotto le maestose pieghe della società romana quale la dipingemmo, ne covava dunque un'altra affatto differente, che all'amor proprio di quella opponeva il sagrifizio e la carità; al libertinaggio la penitenza; all'opinione, al dubbio, al timore le tre virtù ignote, fede, speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza dei deboli; all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di potere, persecuzione, pazienza, austerità.