Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare massime in perfetta contraddizione colle correnti. — Non v'ha che un Dio solo: per libera volontà di lui furono creati la materia, perciò peritura, e l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è comune a tutti i popoli e ai singoli uomini, provvido conservatore del mondo, testimonio e rimuneratore di tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il fondamento della morale e del diritto. Perchè tutti figli di quel Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di romano o barbaro, di circonciso o incirconciso, di patrizio o plebeo, di schiavo o libero, di maschio o femmina[199]: hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un godimento; e i primi devono considerarsi ultimi.
«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati d'un peccato, dal quale provengono l'errore, l'ignoranza, la morte. Ma ad espiare quel peccato, a dare all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza, l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue e la vita. Tutti peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini vengono da uno stesso luogo, tornano al luogo stesso per sentieri diversi. La vera giustizia nasce da tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere ognuno responsale de' proprj atti.
«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale iniquità rese tali, devonsi sollevare immediatamente col farli partecipi ai riti sacri e all'istruzione religiosa, preparandoli così all'emancipamento. La società non abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche cosa di più sublime, di superiore alle leggi civili; e indipendentemente da queste aspira ad un fine più eccelso, ad una destinazione superiore a quella degli Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio, non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede una dignità propria, che lo obbliga a perfezionare se stesso, dar vigore alla propria coscienza, appoggiata sopra una legge suprema.
«La riforma non deve dunque cominciare dallo Stato, ma dall'individuo; perchè questo, allorchè sia buono, è libero sotto qualsiasi reggimento; sa fin dove obbedire; ha la coscienza della propria dignità e responsabilità. Nè la morale si limita ai grandi misfatti che nuociono alla società civile, e pei quali soli il gentilesimo stabilisce le pene dell'inferno, insegnando che Dii magna curant, parva negligunt; ma abbraccia tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni, attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto d'un Dio, che deve poi giudicarlo e punirlo. Voi chiamate la vendetta voluttà degli Dei? ed io vi annunzio che dovete concedere perdono universale, se volete ottenere perdono da Dio.
«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve rispettare in sè e negli altri la divinità; nè vi è stato di mezzo fra la verginità e il matrimonio. In conseguenza i nodi domestici saranno purificati e rassodati, si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà più esposta a' voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza deve portarla a libertà: ornamento suo più bello considererà quel pudore, che ora è vilipeso nelle cortigiane, nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, morrà anche; e i meriti di essa consisteranno non in eroiche, ma in virtù miti e conformi alla natura sua.
«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla carità, virtù che dai filosofi è considerata come una debolezza. E questa carità universale, paziente, benigna, operosa, ordina d'amare il prossimo come noi stessi; cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie i projetti, sepellisce i morti; dà il pane agli affamati, l'istruzione agli ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, il buon esempio a tutti. Da essa affratellati, il povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni stilla d'acqua che darà ad un bisognoso, gli sarà computata per la vita futura. In vista della quale è necessario operare continuamente, cercare la purezza in terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se non un esiglio e un preparamento.
«Quel che importa, non è la città, non la patria, ma l'uomo; e nazione e tribù e famiglia esistono per l'uomo, non egli per esse. Il dovere supremo non concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, nazione, bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il prossimo. Allo Stato non si può sagrificar più nemmanco un uomo, non la moralità personale alla pubblica: verità e giustizia sono bisogni più urgenti che non la civiltà materiale. La giustizia ha radici più salde e antiche, che non i patti e le leggi umane. La verità non deve rimanere privilegio di pochi, ma comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre il ben proprio al generale, l'utile all'onesto, la vita transitoria all'eterna. Voi dal Campidoglio gridate, La salute del popolo è norma suprema; noi all'opposto diciamo, Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia ».
Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso poco meno che mentecatto al romano orgoglio e all'universale corruttela. Eppure in fatto erano state predicate in una delle più piccole e sprezzate dipendenze dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità; e non già da un guerriero che attirasse il rispetto de' guerrieri romani, non da un filosofo che ne eccitasse la curiosità, ma dal figlio d'un artigiano, nato in una grotta in occasione che sua madre era ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per farsi iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando Augusto ordinò il censo generale (Anno di Roma 754? 25 xbre) affine di conoscere quanta gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo uomo, che si chiamava Gesù, era figlio di Maria, fanciulla ebrea, stirpe di Davide ma in povera fortuna, e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni; allora cominciò a predicare a pescatori e simil vulgo, e diceva: — Beati i poveri di spirito; beati i miti; beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore; beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio; beati quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia, perchè il regno de' cieli è per essi. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete requie alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio fratello, è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj. Finora v'hanno detto, Occhio per occhio, dente per dente: io vi dico che a chi vi percuote una guancia, anche l'altra presentiate. Finora vi fu imposto d'amare il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo d'amare il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui buoni e sui malvagi. Io vi do un precetto nuovo, che vi amiate un l'altro come io ho amato voi: vi conosceranno miei discepoli se vi amerete a vicenda. Chi ha due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto. Fate l'elemosina, ma in secreto, e che la vostra mano sinistra non sappia ciò che fa la destra. Date a prestito senza speranza di ricambio, e largo sarà il vostro frutto. Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo a giudicare, e dirà: Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi sete, e mi deste a bere; pellegrino mi albergaste, nudo mi vestiste, mi visitaste infermo e carcerato; venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che vi è preparato ».
Chi così diceva, camminava come un peccatore fra i peccatori, confabulava col bestemmiatore, sedeva a banchetto coi pubblicani; rimandava assolta l'adultera, lasciavasi lavare i piedi dalla meretrice; intingeva il dito nel piattello stesso col traditore, e gli dava il bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben doveva egli sentire i dolori dell'umanità, se così la compativa.
Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno Pompeo li sottopose alle aquile latine; e, pur conservando un re proprio, stavano soggetti a un preside o procuratore romano, che allora era Ponzio Pilato (28). Allo spettacolo delle assidue vicende d'allora, alla caduta di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili si approfondavano in quel sentimento d'un progressivo deteriorare del mondo, che era stato ad essi lasciato dalla tradizione primitiva; e perfino coloro che idolatravano Roma e «l'eternità dell'ingente Campidoglio», a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina inevitabile. Gli Ebrei invece, fra gravissimi disastri esteriori ed interni, perdute le armi e l'indipendenza, insieme col dogma della caduta teneano vivo quel della rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero quella dottrina del progresso, ch'è carattere e vanto della moderna civiltà.