Avendo scoperta e sventata una congiura, stava sempre in timore di nuove, massime che diversi prodigi e indovinamenti gli prenunziavano la sua fine. Si munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue stanze di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi di chiunque gli dava ombra, ne aveva preparata la lista. Un fanciullo, col quale egli trescava, gliela tolse mentre dormiva, e la portò fuori; e l'imperatrice Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare il passo innanzi. Partenio primo cameriere introduce all'imperatore Stefano liberto di Domizia (96), che recando il braccio al collo in atto di ferito, gli porge una carta ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il trafigge. Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato da quei di casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo uccidono l'imperatore.

Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato quindici; e il senato, raccoltosi di presente, gli disse tanti improperj quante dianzi adulazioni, ne rase il nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli archi, annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano le persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. I soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo piansero più che Vespasiano e Tito; e gli uffiziali durarono gran fatica a frenarli.

Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici Cesari.

CAPITOLO XXXVIII.
Imperatori stoici.

È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di procurare a Roma una serie di buoni capi.

Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni, onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che, comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani, sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e più gli amici, appena ricusasse una grazia.

Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte, altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».

In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore, assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.

Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu ascritto fra gli Dei.

Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina. Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento, d'obbliganti maniere.