A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».

Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino; largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo, comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non aver dato loro nè promesso nulla.

Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado, e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie, come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri».

Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè lo soprannomarono erba parietaria; soffrì il titolo di signore, e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni contro i Cristiani (106).

Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria all'impero?

Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e ridurre la Dacia in provincia».

Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo, instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino. Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di diecimila belve caddero uccise.

Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide; la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da' Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116), espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria come provincia ricevette tributo.

Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono, Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante; fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi due Greci e due Galli maschio e femmina.

Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo, s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh! foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.