L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.

L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia nella città delle meraviglie.

La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere: e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato, nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221].

Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro, e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l' Eneide, s'abbattè in questi versi del VI canto relativi a Numa:

Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,

Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta

Regis romani, primas qui legibus urbem

Fundabit, Curibus parvis et paupere terra

Missus in imperium magnum;

e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore e legistatore. E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto Trajano, che amandolo come figliuolo, gl'impalmò Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per averselo successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia, scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò l'elezione di esso, e implorando la confermasse; decretatogli il trionfo, lo ricusa e pone sul carro la statua di Trajano. A quelli che da privato l'aveano offeso disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti di rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire un delitto solamente probabile». Avendo ai richiami d'una vecchia risposto: — Non ho tempo», essa replicò: — Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli la soddisfece. Negli spettacoli pretendendo il popolo non so quale sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse silenzio; ma questi avendo detto invece: — L'imperatore vi prega a fare così e così», di tale mitigazione non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò.