Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai negava loro alcuna domanda, spesso le preveniva; pure non lasciò che abusassero: nè solo tra liberti scelse i secretarj e intendenti della casa, ma anche tra i cavalieri; e guai a chi, spacciando protezione, accettasse regali. Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, dispensava i senatori dal visitarlo se non per interessi, ed alla curia recavasi in sedia acciocchè non fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i cavalieri dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo passeggiare fra due senatori, mandò a dargli uno schiaffo, dicendo: — Come ti basta l'animo d'appajarti a tali, di cui domani puoi divenire il fante?»

Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col popolo; assegnò pensioni e donativi a senatori, cavalieri e magistrati bisognosi; anzi, nelle feste di Saturno quando gli amici offrivangli le solite strenne, egli coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose; e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di suo regno, lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. All'esercito vivea da soldato; marciava a piedi e col capo scoperto fra il gelo delle Alpi o sul renaccio d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna compagnia unì zappatori e ingegneri e quanto occorre per fabbricare.

Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì insultandone anche il culto; ma la vittoria tanto costò, che l'imperatore informandone il senato, non osò cominciare colla solita formola, — Io e l'esercito stiamo bene». Non che però estendere le conquiste, neppur quelle di Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla Mesopotamia, dall'Africa revocò le truppe; alle terre tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo ai tanti Romani che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che potesse agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di Trajano sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine non avesse voluto recedere dal Campidoglio, nè tampoco per far luogo a Giove; simbolo dell'immobilità dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro.

Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare ogni paese, Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: dalle Gallie passò nella Germania, quartiere delle migliori truppe: in Bretagna, per arrestare le correrie de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta miglia stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne nel Northumberland: sceso nelle Spagne, in assemblea generale tentò rappattumare i discordi; rinnovò parte della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le regalò denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri Eleusini, e pieno del Dio, si fece dio egli medesimo, lasciandosi adorare nel tempio di Giove Olimpico, ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che era stato cominciato da Pisistrato.

Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe re de' Parti, potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, la Cappadocia, la Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando templi, piazze, insigni monumenti, e gran magnificenze ai re concorsi e agli ambasciadori. Per le isole dell'Arcipelago tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia montò in vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride. In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo cadessero le pioggie, da cinque anni indarno implorate. A Pelusio onorò la tomba di Pompeo Magno; ad Alessandria, nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo e cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati raccolti, e rispose col senno che trovar si dee in ogni parola d'imperatore.

Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, ove riordinò l'amministrazione interna, sopprimendo le forme repubblicane ormai destituite di significato, per surrogarvi un ordinamento monarchico più conforme al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni dello Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase tolta l'ingerenza col riservare gl'impieghi di corte ai cavalieri; a quattro cancellerie s'affidò lo spaccio di tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore fu collocato una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da quest'ultimo fece raccorre nell' Editto perpetuo (131) le migliori fra le norme pubblicate dai precedenti magistrati pretoriani; col che tolse forse a costoro il diritto di determinare i principj legali, secondo cui avrebbero amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli ad attenersi a questo, che restò la fonte del gius romano fino al Codice di Teodosio, e divenne fondamento delle Pandette.

Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de proscritti si lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; chi trovasse un tesoro sul suo, ne restasse padrone, chi sull'altrui, n'avesse metà; gli scialacquatori frustati nell'anfiteatro, poi sbanditi; vietati i sacrifizj umani: pure fino a Costantino si continuò in Africa ad immolare fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori o prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio tutti quelli d'un padrone assassinato: abolì gli ergastoli, dove i Romani li faceano lavorare, e dove rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai castighi, ed altri liberi erano strascinati per lavorare a forza, e più non se ne udiva.

A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni sorta rarità.

Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere.

Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri; conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze, di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche, possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome di suoi liberti.