Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone, Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio il Ciceromastix, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225].
Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.
Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno; e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano.
A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile. Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba: Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi. Taziano, al contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa maestà e privò Taziano della sua grazia.
A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso, accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote.
Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi, qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri.
Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità, che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti; continua lettura faceva dell' Arte d'amare d'Ovidio e degli epigrammi di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio Annio Aurelio Vero.
Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a Tivoli, che avea rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si abbandonò a quante lascivie la deperente salute gli consentiva. Da queste balzava alle crudeltà, e spediva ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori, altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva per mitigare la sua infermità, da cui oppresso tentò più volte darsi morte; ma una cieca gli si presentò dicendo: — Un sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate la vita; e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma un altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che baciassi i piedi imperiali». Così avvenne. Anche un altro cieco, appena tocco da lui, riebbe l'uso degli occhi, e all'imperatore cessò una forte febbre. Di tali baje trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare.
Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici m'ammazzarono», si diede a mangiar e bere a fidanza, e a Baja morì (138 luglio) dopo vissuto sessantadue anni e mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire sembra ricuperasse la calma, se è vero facesse questi versi, che sono dei più delicati del suo tempo:
Animula, vagula, blandula,