Hospes comesque corporis,
Quæ nunc abibis in loca?
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis jocos.
Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne gli ordini e negargli i funerali: poi alle minacce de' soldati e alle suppliche di Antonino gli profuse onori; le ceneri riposte nella superba mole presso al Tevere, lo spirito fra gli Dei.
CAPITOLO XXXIX.
Gli Antonini.
Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo movimento, Antonino visse in tal quiete, che in ventitre anni non oltrepassò la villa di Lanuvio. Per dolcezza naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto i campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei migliori principi che la storia rammenti. Guadagnò il favore del popolo, non lo brigò; accoglieva qualunque più umile, e dava ascolto a richiami contro uffiziali o magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia de' suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; magnifico senza lusso, economo senza grettezza, osservante dei costumi antichi ma senza scrupoleggiare. Interveniva ai pubblici riti, come pontefice supremo offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani, lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, sebbene nol facesse che col raffronto delle antiche virtù[229].
Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj, contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese dicendo: — Non ho gran voglia di render palese quanti mi odiano». E ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici».
Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto. Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze, alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai».
Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: — Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo arrivare dal suo albergo al palazzo!»