Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre con Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e nuovo di Pio.

Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe' suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato; alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità». Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi, Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio (140); i Briganti che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là dell'Atlante.

Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo diede sposa sua figlia Annia Faustina, e assai ne pregiava le belle doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più ribaldi (161).

Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne' giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto; sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore. Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito, prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa economia. Adorò gli Dei senza superstizione; cattivossi il popolo, non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava; cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita, o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie; non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè di quella fretta che fa dire, Bada che tu non sudi: compiva una cosa dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione. Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si mostrò».

Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231].

Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando che il popolo lo berteggiasse.

A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello, ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro; in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti, corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, alloggiato in palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano.

Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto l'impero e dato esercizio alla liberalità di Antonino, si rinnovarono per le provincie, aggiuntavi l'epidemia; poi uno strano caro in Roma: talchè Marc'Aurelio ebbe a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti sbucarono nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia si agitò, Vologeso III re de' Parti ruppe guerra con formidabili preparativi. A combatterlo, Marc'Aurelio mandò Lucio Vero (162), sperando strapparlo all'indecorosa mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, fu dalle dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. Guarito da questa non da quelle, passa il mare; e l'Asia lo alletta a godimenti, ne' quali logora il tempo. Frontone[232], scrivendogli, deplorava il decadimento della militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne e negli esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, cavalieri sbarbate fin le coscie e le gambe, uomini piuttosto vestiti che armati, talmente che Leliano Ponzio, educato nell'antica disciplina, colla punta delle dita sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini posti sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi d'un salto sul cavallo; altri sosteneansi a fatica sui garretti o sui ginocchi; pochi sapevano palleggiare il giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno lungo quanto la notte, e la veglia in mezzo al vino». Eppure l'esercito era ancora la parte più sana dell'impero, e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto sino a Ctesifonte, arse la reggia de' Parti (163), prese Edessa, Babilonia e tutta la Media. Vero, indegnamente proclamato vincitore dei Parti, distribuì i regni, e assegnò il governo delle provincie ai senatori che l'accompagnavano.

Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i Germani insorsero dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, accorsovi col fratello, parte respinse oltre il Danubio, parte sottomise; e diffidando a ragione, si fermò a piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e dell'Italia. Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito divampò, e i due augusti dovettero accorrere di nuovo. Ma Vero morì ad Altino di trentanove anni (169); Aurelio lo fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più risoluto nella via del bene.

La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i Marcomanni videro più volte le spalle dei Romani (170), li inseguirono fin sotto Aquileja, e in Italia recarono fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la peste menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, Germani mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi del proprio palazzo, ori, statue, quadri, le vesti di sua moglie, e una preziosissima copia di perle, adunate da Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma ritrattane provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle cose vendute. I Barbari combattè in ogni parte da eroe, ma eroe umano, risparmiando il sangue ove potea, reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, rimpetto all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò preso in mezzo dai Marcomanni; e sebbene i suoi con valore si riparassero da quella serra, vedeansi all'estremo per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo stesso, avventando gragnuola e fulmini contro i nemici, che in quella confusione gli avevano assaliti, ajuta i Romani a disperderli.