È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, gridato per miracolo da Gentili e da Cristiani: quelli l'attribuiscono ad Arnufi, mago egiziano, od a preghiere dell'imperatore[233]; i nostri ne fanno merito ai battezzati della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover queste vittorie ai Cristiani; e contro chi li calunniasse decretò l'ultima severità.

La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto i Romani avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che rinnovarono i movimenti, furono rinserrati per modo, che la fame li costrinse implorar pace dall'imperatore (174); e venuti con doni, coi disertori e con tredicimila prigionieri, la ottennero a patto di non più trafficare sulle terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. Gli altri Germani furono pure repressi, com'anche i Mori che aveano invaso la Spagna.

Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare discordie che non colle armi domò i sollevati Egiziani; ed anche in Armenia e in Arabia fece mostra di prudenza e valore. Costui, quanto sicuro nelle armi, era rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri incatenati insieme e gettati al mare; ai disertori faceva mozzar piedi e mani, dicendo la vista di que' moncherini produrre maggior effetto che non un supplizio. Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi ajuti passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, ne uccisero tremila e tornarono carichi di preda: ma quando i centurioni, che a ciò gli avevano eccitati, aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e' li fece crocifiggere per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo senz'armi fra i tumultuanti, esclama: — Uccidetemi pure, e alla dimenticanza del dover vostro aggiungete l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì; l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere un tal capo, chiesero una pace di cento anni.

Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio deputò Cassio a governare la Siria, ove in sei mesi riparò allo scompiglio e all'immoralità delle legioni; ogni otto giorni ne passava in rassegna l'abito, le armi, l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e malgrado quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che portava, rammentavagli un altro che avea tentato impedire la monarchia in Roma; ed egli pure chimerizzava una romana repubblica. Antonino il seppe e tollerò; Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che stare in pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, niuno uccide il proprio successore; se no, rimarrà preso al proprio laccio. Non conviene diffidare d'uomo non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la vita pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito a' miei figliuoli».

Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o Cassio la divulgò, che l'imperatore fosse morto; e Faustina imperatrice, temendo l'impero non venisse occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, sollecitò Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece proclamare (175), e ben tosto il paese di là dal Tauro e l'Egitto gli obbedirono; principi e popoli stranieri abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando più nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo esercito, movendo pacata querela dell'ingratitudine; indi prese il cammino dell'Illiria per farsi incontro a Cassio, e cedergli l'impero, quando tale paresse il volere degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante fatiche io duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del bene del mio popolo».

Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o simulava d'intendere soltanto al pubblico bene: — Infelice la repubblica in preda d'avoltoj, che dopo il pasto han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma per farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli di morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero Catone? a che è ridotta la disciplina de' nostri vecchi? or non si sa tampoco ribramarla. L'imperatore fa il mestiere del filosofo, disserta sul giusto e l'ingiusto, sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità bisogna dare, molte teste abbattere se vogliasi ripristinar il governo nell'antico splendore. Di che non sono meritevoli cotesti rettori di provincie, che credonsi posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima d'entrar in carica non avea pane; e poco poi possiede milioni: e come gli ebbe, se non col sangue dello Stato e collo spoglio delle provincie? Le confische su costoro rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona causa: io opererò da vero Cassio, e restituirò alla repubblica il prisco splendore».

Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo tolse dalla vita e da un regno di tre mesi e sei giorni. Marco Vero, ch'era stato spedito contro di lui, trovate le lettere de' suoi partigiani, le bruciò dicendo: — Questo atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche, avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano delle guardie di Cassio e suo figlio Muziano, governator dell'Egitto, perirono, e così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, il quale agli sbanditi rese la patria e i beni; e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: — I senatori e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi per onor vostro e mio, che quest'insurrezione costò la vita a quelli soli che perirono nel primo tumulto. Così anche a loro potessi renderla! La vendetta è indegna d'un regnante».

Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del ribelle, e li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse i maneggi di quella parentela per avversargli il popolo e i soldati. Agli amici che gli dicevano, — Cassio non avrebbe usata tanta moderazione», replicò: — Noi non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero chiarirsi per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà hanno menato sventura a molti miei antecessori, e un principe buono non è mai vinto od ucciso da un usurpatore; Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine loro; Otone e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina di Galba».

Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, come il viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme cerca ombra e ristoro.

La bontà però qualche volta il portava a perdonare anche al reo. Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, avea lite colla città d'Atene, e vedendo l'imperatore inclinato a favor di questa, invece di ragioni prese a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da una bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici per gli Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato pacatamente, quando fu partito disse ai deputati di Atene: — Ora potete esporre le ragioni vostre, benchè Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli strapazzi che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: pure condannò solo questi ultimi, poi li graziò; e appena Erode lagnossi seco che più non gli scrivesse, gli chiese scusa con questo viglietto, singolare in un re: — Desidero tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a male se trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli ho puniti, sebbene nel modo più dolce che mi fu possibile. Non me n'accagionare; ma se ho fatto o fo cosa che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti soddisferò nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei misteri; avendo io, nel fervor della guerra, fatto voto d'iniziarmi, e voglio che tu presieda alla cerimonia»[234].