Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio sfacciato della moglie Faustina, e promosse gli amanti di essa; e consigliato dagli amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe le restituissi la dote, cioè l'impero datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna d'un saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, vergognosa di vedersi accusata dai complici, ella si uccise (176). Aurelio ne' suoi ricordi la rimpianse come fedele, amabile e di meravigliosa semplicità di costumi; mutò in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè del Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a porla fra gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue ed un altare, ove le novelle spose facessero sacrifizio solenne all'adultera imperiale.
Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, perdonò a tutte le città fautrici di Cassio, e all'Egitto infervorato di esso; solo ad Antiochia interdisse i giuochi, sua vita, e tolse i privilegi: ma essendovi poi andato in persona, anche di questo la sgravò. In Atene si fece iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori d'ogni scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati di riprendere la toga, non essendovi mai nè egli nè i suoi comparsi in abito guerresco (177). Entrando trionfante in Roma, superò in largizioni tutti i predecessori; giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo espresso che era stato in giro otto anni, la folla cominciò a gridare — Otto, otto», chiedendo così otto denari d'oro per testa; ed esso glieli fece dare.
In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero capaci gli antichi; e sotto un imperatore onesto e generoso, le fronti si rialzavano con dignità. Fra altre savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori d'adoprare armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. Egli non usciva mai dal senato, che il console non avesse dato congedo col Nihil vos moramur, patres conscripti; tornava dalla Campania qualvolta v'avesse a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per gli affari; primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia i delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso rimetteva le cause al senato, trovando più giusto il piegarsi egli stesso al parere di tanti savj, che non trascinare questi al suo.
Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in mezzo alle vittorie morì a Sirmio in Pannonia (180) di cinquantanove anni, dopo regnato diciannove; e di sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto forse il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la morte. Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi, e diceva agli amici: — Da voi aspetto meglio che i sentimenti ordinarj e naturali; ma che chiariate aver io collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj. Mio figlio a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. Egli esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della gioventù ha bisogno di governo e di piloto, che mai, scarso d'esperienza, non travii e rompa agli scogli: non l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con buoni avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi. Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze di un principe voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, non è in securo, per quante guardie lo difendano; non teme congiure e sommosse se pensò a farsi amare più che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da sospetti; senz'essere schiavo, è buon suddito, e non ricusa obbedienza se non a comando dato con soverchia durezza. Difficile è l'usar con moderazione una podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi e per l'impero un principe degno, a me mostrerete la vostra costanza, e onorerete la memoria mia, unico mezzo di renderla immortale».
Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, egli ascritto fra gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non ne tenesse in casa l'effigie. Oltre l'esempio d'una benignità e d'una dolcezza quasi uniche, ci lasciò anche precetti per iscritto[235], la cui indulgenza discorda dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui giungesse la filosofia pagana, irradiata suo malgrado da quella suprema sapienza, incontro a cui ostinavasi a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva egli) dappertutto; una sola legge, che è la ragione comune a tutti gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un dio ed emanazione dell'ente supremo. Chi coltiva la propria ragione deve guardarsi come sacerdote e ministro degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare ingiuria a questo genio divino che abita in fondo al cuore, e conservalo propizio col fargli modesto corteggio siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa per occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei v'ha di celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione del gran Giove, cioè lo spirito e la ragione; il dio che abita in te, conduca e governi un uomo veramente uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, siamo cittadini sotto l'egual reggimento».
Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a differenza di Cicerone, insiste più spesso sulla morale privata, sulla cognizione di se stesso. — Di rado siamo infelici per non sapere che cosa passi nel cuor degli altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? ad aver l'anima giusta, far buone azioni, cioè utili alla società, non poter dire che il vero, esser sempre in grado di ricevere ciò che accade come cosa necessaria. Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il miele, non dicono Ho fatto del bene, così un uomo non deve proclamare il bene che opera, ma continuare come la vigna, che, dopo portato il frutto, si prepara a portarne dell'altro a tempo.
«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te stesso, e bada se mai non facesti nulla di simile: questo riflesso dissiperà la tua collera. Dio immortale non s'indispettisce di tollerare per tanti secoli un'infinità di malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che domani morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli? Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla che a fare qualcosa.
«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri, con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe; che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe spogliare l'anima mia dell'onestà.
«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace, giacchè chi ti congeda è tutto bontà.
«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare ascolto a delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni, lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico, l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione, nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando, eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre, gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici, tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto, applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi, di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa, o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente Non ho tempo, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto, non dispettoso e diffidente, non mostrare ad altri d'averlo a vile e di credersene migliore, amar la celia innocente.