«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti, buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia, caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in Dio egli vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto; disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo agli uomini per beneficarli.
CAPITOLO XL.
Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.
L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia. Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti: ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di contemplarne il declino.
La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico, le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa, i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino, poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più lontano la rozzezza e la ferocia.
Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità, che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli; la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per Viterbo all'Etruria.
D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia, che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza, la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine da Forum Appii sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano, Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio, mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna. Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia, provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio, portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.
Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele, non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale, le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza, chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che, essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.
Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini, l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi, Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria; VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville, di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a solleticare il rintuzzato senso de' piaceri.
Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città; i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia, di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone d'Italia».