Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne, o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.
Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio, la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per confisca, che s'istituirono procuratori de' beni caduchi per raccorli ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.
Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe, che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene, tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali. Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme, fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti del tesoro.
La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de' magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de' Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa, un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è uomo.
Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.
La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore, non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza; la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le onorificenze erano serbate a cesare.
Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a proporzione degli schiavi ond'era vestito il podere.
Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che, oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini; altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva; un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249].
Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi, mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento. Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma inerzia nostra».
Stese dunque un trattato De re rustica, il cui primo libro discorre dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi, del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti; il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi, tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche agresti per ciascun mese.